Jovanotti a San Siro porta i concerti negli stadi a un nuovo livello

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Stadio San Siro, Milano, 25 giugno 2015. Lorenzo, ma come farai? È la prima domanda che mi viene in mente quando Jovanotti spunta sul palco, inizia a correre sulla passerella-fulmine e dopo un minuto è già madido di sudore. E resta tutto un concerto da portare avanti. Prima di entrare però il protagonista aveva dovuto essere richiamato dal futuro grazie a una lunga clip a metà tra Guerre stellari, Ritorno al futuro (parte seconda), i Blues Brothers e un tocco di Iron Man. E mille altre citazioni saranno infilate in tutti i video dello show. Spunta anche un’Ornella Muti in versione principessa Leila in rosso, ma con delle corna che ricordano vagamente quelle dello spirito della foresta di un’altra principessa, la Mononoke di Hayao Miyazaki.

Molto bello l’arrangiamento di Penso positivo, il primo brano di una lunghissima scaletta: la premessa è una dichiarazione di intenti che è promessa di festa. Spunta Fiorello in versione Einstein/Don King (piuttosto divertente il mix) per la presentazione “ufficiale” di Lorenzo. A metà della seconda canzone si rompe il microfono e per un minutino Jova si ritrova a dover ballare sulle note di Tutto acceso senza che si senta la sua voce, prima che un nuovo microfono lo raggiunga e possa proseguire. Ironia della sorte è successo alla “prima” a San Siro e proprio su un pezzo che si chiama Tutto acceso. Ma Jova è uno showman nato e gestisce perfettamente la situazione, nonostante sia una situazione impossibile da gestire nell’immediato di uno spettacolo con una sceneggiatura tanto definita, dove l’improvvisazione è riservata al protagonista, ma entro certi limiti. È il confine tra pop e rock, quello che in inglese definirebbero edge, una linea immaginaria attraversando la quale Lorenzo continuerà per tutta la sera a cambiare “stato” musicale a suo piacimento, danzando da una parte all’altra del confine.

Una scintilla segue L’alba. È forse uno dei pezzi più interessanti del nuovo album, ma vuoi perché in un disco di 30 canzoni qualcosa al pubblico deve sfuggire, vuoi perché lo stacco con L’alba è netto, gli spettatori sembrano spaesati. Una situazione probabilmente voluta e in ogni caso perfetta per Sabato, splendido brano sulla disoccupazione e la crisi che isola l’essere umano in una distopia difficile da abbattere. Lo stadio trema sotto a 50mila persone che ballano. Le gradinate sembrano non reggere quando parte Il più grande spettacolo dopo il Big Bang, l’ultimo brano ritmato prima di una seconda parte dedicata alle ballate. Menzione a parte per il volume, alto a tal punto che si fatica a sentire il pubblico. Così forte un concerto a San Siro ho l’impressione di non averlo mai sentito.

Una Bella molto funky, in levare e con ritmi latinoamericani fa cominciare la parte “lenta” dello show, con tutti in coro che possono urlare l’amore che è dentro di loro. Qui finalmente Jovanotti sembra sbloccare anche la voce (che in alcuni dei brani precedenti non era sembrata perfetta). Lorenzo esce per cambiarsi e intanto si sente una voce meccanica, poi sostituita e umanizzata da Filippo Timi, che introduce Stella cometa. Una canzone che personalmente non ho mai amato ma che l’arrangiamento trasforma e trasporta in una bellissima Ora. Ma prima o poi dovrai fermarti a riprendere fiato Lorenzo… o no? Naturalmente no. Fango, anche grazie alla bellissima clip sul mega schermo tratta dal film Lousiana di Roberto Minervini, dà i brividi.

C’è davvero di tutto nel concerto, persino troppo per poter essere raccontato, dai manga ai costumi dei musicisti (Jova da solo si cambia una decina di volte). Ma il bello è che, nonostante la giungla di colori che il palco a forma di fulmine sprigiona, sono i suoni a restare in primo piano. Al centro. Non solo metaforicamente, perché L’ombelico del mondo e Musica sono esattamente a metà scaletta. Ritmi d’Africa con un Lorenzo vestito alla giapponese, perché il mondo della musica è uno solo.

Non c’è il tempo di capire cosa potrà ancora proporre Lorenzo che i disegni di Davide Toffolo dei Tre allegri ragazzi morti introducono una toccante Le tasche piene di sassi, durante la quale lo stesso Jovanotti arriva a commuoversi, solo sulla passerella in mezzo allo stadio. È la parte di show più romantica. Spunta Carlo Conti che dalla ghigliottina dell’Eredità introduce, insieme al “concorrente” Saturnino il classico Serenata rap (Lorenzo ricambierà il piacere nel prossimo Sanremo?). Poi tocca a Tutto l’amore che ho fare da passaggio alla parte “disco”, con Tensione evolutiva e Mezzogiorno che costringono tutti a saltare. La chiusura, dopo aver presentato i bravissimi componenti della band (non parliamo di loro singolarmente ma meritano tutti un applauso), è lasciata a Ragazzo fortunato, con Lorenzo che dopo due ore continua a ballare e a muoversi come se avesse appena cominciato (e ci sono altri due concerti da fare di seguito). Sembra quasi che, come quando si è consapevoli di aver quasi portato a termine un’impresa, Jovanotti recuperi le energie per lo scatto finale. Che arriva con i bis A te, Gli immortali e Ti porto via con me. San Siro è suo.

Tutto perfetto? No, naturalmente no. Errori e problemi ci sono stati, ma la perfezione esiste? E poi basta vedere la felicità dipinta negli occhi di ogni spettatore per realizzare quanto sia riuscita l’incredibile festa di un uomo che continua a sognare con gli occhi di un bambino. Si potrebbe scrivere un trattato per descrivere gli eccessi di questo show: probabilmente nessun artista italiano prima di Jovanotti era riuscito a fare qualcosa di tanto strabordante, ma allo stesso tempo emotivamente tanto coinvolgente. Con il grande merito di non far sembrare per nulla costruito il concerto. Da oggi la storia dei live in Italia ha raggiunto un nuovo livello. E San Siro ha un nuovo padrone di casa. Lorenzo, ma come hai fatto?

@AlviseLosi

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