Jovanotti in concerto all’Olimpico, 150 minuti che chiudono il cerchio

recensione concerto Jovanotti roma 28 giugno 2013

Jovanotti allo Stadio Olimpico di Roma: centocinquanta minuti di monumentale show multimediale. Ecco la recensione del concerto.

Roma, Stadio Olimpico, 28 giugno 2013. Leggendo le interviste con le quali Jovanotti ha introdotto questa prima tornata di live in giro per gli stadi, a colpire è stata soprattutto l’intenzione del nostro di voltare pagina nel prossimo futuro: Lorenzo ha infatti dichiarato che finito questo tour si metterà quasi subito al lavoro per la creazione dell’immaginario della musica che verrà.

E che nell’aria ci sia il senso di un cerchio che si chiude lo si percepisce anche dai centocinquanta minuti del monumentale show multimediale al quale assiste un Olimpico gremitissimo e abbastanza caldo da riequilibrare il fresco di questo venerdì 28 giugno. Un culmine, insomma, che va molto vicino al portare a compimento il percorso fatto di sperimentazione dance e pop (e di un songwriting che coltiva fondate ambizioni di universalità pur restando fanciullesco e nazionalpopolare come sempre) iniziato con Safari e suggellato da Ora. In realtà, intendiamoci, si tratta sempre di stadi. Il buon Cherubini non ci era ancora mai capitato, e agli stadi un tributo va “pagato”. Ecco quindi che in scaletta gli ultimi due acclamatissimi lavori lasciano più di qualche spazio a ripescaggi “antichi” ma di sicuro effetto: Ciao mamma e Ragazzo fortunato erano probabilmente attese al varco, ma non altrettanto si può dire di Muoviti muoviti o delle spiazzanti La mia moto e Gente della notte, quest’ultima in un’essenziale, dolcissima versione solo voce e chitarra.

Un vero e proprio ritorno a casa a cui Lorenzo tiene molto, che garantisce a un pubblico anagraficamente molto eterogeneo – dai tredici ai sessanta, in quasi egual misura – gli innesti familiari di pezzi che pur riletti (thumbs up per la dinamitarda Non m’annoio, ma pollice verso per la stanca rilettura dance di Penso positivo) sono di fatto vecchi amici. Una dose di roots che di fatto trasforma questa variopinta e scintillante sciarada di suoni, immagini e motion pictures in una fotografia compiuta e fedele di questo “primo” quarto di secolo di carriera.

E il tutto accade con naturalezza. Se del repertorio più marcatamente early s’è abbondantemente detto, delle cose più recenti si può solo ribadire che chiudono un cerchio: la penna emotiva dei momenti più romantici emoziona ormai a occhi chiusi (più che durante A te o Baciami ancora, i brividi arrivano su una splendente Le tasche piene di sassi), mentre la perfetta circolarità pop di Safari, Mezzogiorno, Ora, La notte dei desideri si ferma giusto un attimo prima di diventare opulenta e forse un po’ stanca, suggerendo ancora una volta che, sì, per ora va ancora bene puntare sulla rendita di questo ideale “Lorenzo 2008-2011”, ma in futuro la formula su cui lavorare dovrà abbracciare un’ulteriore evoluzione. Già, evoluzione: a pensarci bene, pochi concetti rispecchiano e sintetizzano altrettanto efficacemente la carriera del fenomenale catalizzatore di input, stili, immagini e spunti che il primo quarto di secolo di Jovanotti ci ha mostrato, che l’ultimo Backup ben racchiude e questo esordio da stadio ancor meglio rappresenta. Una summa che dice davvero tanto del meglio del nostro pop: e che vi consiglio sentitamente di non perdere.

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