A lezione di heavy metal dai Judas Priest

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Assago Summer Arena, Milano, 23 giugno 2015. Il Postepay Milano Summer Festival ospita l’unica data italiana dei Judas Priest, band storica e seminale per lo sviluppo e la diffusione dell’heavy metal in tutto il mondo. Il gruppo si forma a Birmingham nel 1969. Un anno dopo i Black Sabbath (originari anche loro della stessa città), pubblicano due dischi che cambiano per sempre la coordinate della musica hard. Non è un caso quindi se il concerto dei Priest di oggi sia aperto dalle note di War Pigs, una delle composizioni più famose mai scritte da Ozzy Osbourne e compagni.

Il pubblico non è numeroso, ma i duemila presenti sono tutti lì per celebrare un genere, un credo, uno stile di vita. I Judas Priest, tra fine anni settanta e primi ottanta, hanno insegnato a generazioni di chitarristi e aspiranti cantanti, cosa volesse dire suonare metal. Il tripudio che si scatena sulle note di Metal Gods è chiaro sintomo dell’inizio di una serata di festa che non lascerà scontento nessuno. Nonostante i quasi 64 anni, Rob Halford è ancora in grado di sparare i propri leggendari acuti su una folla in delirio. È proprio l’iconico frontman il mattatore dello show: addirittura esagerata la sua prestazione su Victim Of Changes, brano complicatissimo che, piazzato come quarto in scaletta, fa temere ai più un inevitabile successivo calo. Niente di più errato invece! L’ugola di Rob regge alla distanza, fino a quando l’inno Painkiller esplode su Assago dopo un’ora e mezza abbondante dall’inizio del set.

Richie Faulkner è invece (nuovamente) la sorpresa dei Judas. Il giovanissimo (rispetto al resto della ciurma) chitarrista ha contagiato con il proprio entusiasmo i “vecchi” compagni di line-up. Le sue pose, il suo carisma, la sua presenza (bellino e tremendamente rock il ragazzo) e la sua abilità esecutiva, hanno permesso a una band che sembrava avviata sull’inesorabile viale del tramonto, di riprendersi con un album di livello (Redeemer Of Souls, 2014) e una serie di performance live convincenti. Dopo quattro anni dall’ingresso in formazione al posto dello storico chitarrista KK Downing, il suo ruolo è indispensabile nell’economia del quintetto.

Il pubblico e la scaletta quindi fanno il resto: tutti i presenti si scatenano sui classiconi Breaking The Law, You’ve Got Another Thing Comin’, Electric Eye ed Hell Bent For Leather. Si esulta per il recupero in setlist di Devil’s Child, Love Bites e Jawbreaker. Ci si abbraccia e si alzano le ultime birre al cielo sulla conclusiva e immancabile Living After Midnight. Si arriva alla fine soddisfatti e felici per aver constatato come i Judas Priest siano ancora in grado di regalare emozioni e dispensare lezioni di metallo a chiunque, nonostante siano già passati più di quarant’anni dalla pubblicazione del loro primo album. Immortali.

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