Kate Bush ridefinisce l’idea di live: a Londra un concerto in grado di cambiare la vita

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Si è fatta attendere per 35 anni, ma ne valeva la pena. Kate Bush ridefinisce i limiti qualitativi di un evento live con le sue 25 date all’Hammersmith di Londra. Un concerto in grado di cambiare la vita di chi lo vede. La nostra recensione.

In questi tempi di reunion, album postumi, clamorosi ritorni e duetti impensabili, il termine “evento storico” in campo musicale viene usato spesso, e il più delle volte, a sproposito. Ma nel caso del ritorno di Kate Bush sul palco ci sta tutto. Perché l’ultima volta che la cantante inglese aveva fatto un tour dal vivo era il 1979. Perché il suo rendersi invisibile, anche in occasione dell’uscita di nuovi (sempre più rari) album era diventato proverbiale. Perché un resident show di 25 date nell’arco di un mese e mezzo è qualcosa comunque di importante. Aggiungiamoci pure una location mitica come l’Hammersmith di Londra, un luogo nel quale sono stati registrati alcuni dei live più belli e importanti di sempre. Ma tutto questo si sarebbe potuto rivelare una semplice mossa pubblicitaria, e pure rischiosa, se alla prova dei fatti lo spettacolo messo in scena non fosse stato di quelli da ricordare. Ma miss Bush ha fatto molto di più.

Before The Dawn è uno di quegli eventi che cambiano davvero la vita di chi vi assiste, non fosse altro perché da qual momento qualunque concerto dovrà fare i conti con il ricordo di quanto visto su quel palco. Kate Bush ha costruito uno spettacolo dalle molteplici chiavi di lettura. Non un semplice concerto, men che meno una nostalgica raccolta di successi con buona pace di chi si aspettava Wuthering Heights o Babooshka, ma una vera produzione teatrale, ambiziosa nella messa in scena e potente a livello emotivo, nella quale ogni tassello è stato pensato al dettaglio.

Che le cose siano state fatte in grande lo si capisce già dalla band messa insieme. Dal tastierista Jon Carin (Pink Floyd, David Gilmour) al batterista Omar Hakim (David Bowie, Sting, Miles Davis), passando per il chitarrista David Rhodes (Peter Gabriel) e il bassista John Giblin (Peter Gabriel, Phil Collins), quella che si schiera perfettamente allineata sul palco è una squadra da paura, con il meglio della scena prossima al prog. Si parte con Lily e quando, dopo poche battute, Kate entra seguita dai coristi, il pubblico scatta in piedi come riflesso automatico e l’entusiasmo è da brividi. A 56 anni Kate è meno mobile di un tempo anche per via del fisico appesantito, ma con un carisma palpabile e una voce intatta, che gli anni hanno solo inspessito un po’ rendendola più aggressiva in pezzi dalle venature soul come Top Of The City.

Nella prima parte dello spettacolo trovano spazio anche Hounds Of Love, Running Up The Hill, e King Of The Mountain, il cui crescendo viene interrotto di colpo spezzando l’andatura, fino a quel momento lineare, dello show. La band sparisce dietro a uno schermo e The Ninth Wave, suite che occupava il secondo lato dell’album Hounds Of Love, viene eseguita nella sua interezza. O meglio reinterpretata, perché si amplia con tanto di intermezzi recitati e un “elicottero” che scandaglia la sala. Mentre la parte onirica della storia, tra mare in tempesta, uomini pesce e case sotto il mare si svolge sul palcoscenico, ai filmati è lasciata la realtà della donna caduta in mare che guarda il cielo: per realizzarli Kate ha cantato dal vivo restando immersa per ore in una cisterna, rischiando un’ipotermia.

Breve pausa e si cambia registro. Lo scenario notturno e per certi versi drammatico lascia spazio all’assolata giornata lungo la quale si svolge A Sky Of Honey, la suite di Aerial, album del 2005, che costituisce la seconda parte dello show. I nuovi arrangiamenti e la trasposizione teatrale la rendono molto più coinvolgente e affascinante di quanto non fosse su disco. La band si sposta ora su un lato del palcoscenico per lasciare spazio a un enorme portone e a un quadro che un pittore (interpretato dal figlio di Kate, Bertie) va realizzando con lo svolgersi della storia. Tra balli e momenti corali dal sapore folk, la sceneggiatura si bilancia alla perfezione tra delicatezze quasi sussurrate ed esplosioni melodiche.

La chiusura poi è di quelle da brividi, con due alberi che piovono letteralmente sul palco e il portone che si apre mentre Kate esce di corsa e spicca il volo un secondo prima che si spengano tutte le luci. Chiusura per modo di dire, perché c’è ancora spazio per una parentesi piano e voce di Kate con Among Angels, dall’ultimo album 50 Snow, e per la festa finale con tutto il pubblico a ballare su Cloudbusting. Proprio vero che a volte vale la pena di aspettare. Fosse anche per 35 anni.

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