Kiss a Verona, l’era delle grandi rockstar si avvia (purtroppo) alla conclusione

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di Luca Garrò
Foto di Cristina Checchetto

Arena di Verona, 11 giugno 2015. Ci sono eventi che non dovrebbero ripetersi, che dovrebbero rimanere nella storia come occasioni irripetibili e dunque cariche di tutto quel significato che solo il fatto di essere uniche riesce a conferigli. La prima venuta dei Kiss all’Arena di Verona, datata 2008, sembrava poter essere una di quelle occasioni. Poi, col tempo, scopri invece che in certi ambiti di irrepitibile rimanga davvero ben poco e che quando qualcosa funziona davvero bene, la tentazione di replicare supera quella di avere fatto la storia con un unico capitolo.

Senza scomodare roba tipo Woodstock, poi, in genere il secondo episodio non viene mai bene quanto il precedente e, sebbene per alcuni non ci sia grossa differenza tra due concerti dei Kiss, la serata di ieri non ha fatto altro che ribadire l’assioma. Per qualcuno, non per me, la band di Gene Simmons e soci non ha mai riguardato la musica in sé e per sé, ma l’intrattenimento puro. Niente di più sbagliato, visto e considerato il numero elevatissimo di super hit sfornato dal gruppo nel corso di questi primi quarant’anni di attività. Detto ciò, tuttavia, sono almeno due anni che quando mi capita di vederli dal vivo, capisco che l’ugola di Paul Stanley abbia lasciato per sempre questo mondo. Ma andiamo per gradi.

Partiamo col dire che il colpo d’occhio offerto dell’Arena è sempre di livello superiore alla quasi totalità delle location mondiali, ma questa è un’ovvietà. Meno ovvio è che il tecnico del suono della band sia probabilmente in giro a bere per Verona mentre questa sale sul palco sulle note Good Times Bad Times, nascosta dal classico telone su cui campeggia il logo del gruppo. Per almeno quattro brani (e che brani), l’audio è così pessimo da far rabbrividire tutti quelli convinti che sia impossibile avere un’acustica che non sia più che perfetta in un tempio dell’opera come l’Arena. Una volta tornato dalla cena, il tecnico riesce ad aggiustare quelle due cose che permettono finalmente al concerto di decollare.

Pur non presentando moltissimi brani, la scaletta è di quelle davvero riuscite e in grado di spaziare con il giusto equilibrio lungo le quattro decadi di vita del gruppo, con una logica predilizione per il periodo d’oro a cavallo tra il ’74 e l’84. Anche la band sembra in palla, tenuta in piedi soprattutto da Simmons e un Tommy Thayer sempre più deciso a mostrare l’influenza di Jimmy Page sul suo stile chitarristico.

Dicevamo di Stanley: purtroppo utilizzare la voce come ha fatto lui lungo tutti questi anni non deve aver aiutato le sue corde vocali, anche se gli vanno riconosciute ancora una classe e una dedizione alla causa davvero commoventi. Inoltre, non si è compresa la mancanza dei classici cavi in grado di far volare lo stesso Paul sopra la gente durante l’esecuzione di Love Gun, che ha deluso chi assisteva per la prima volta ad uno show dei Kiss.

Insomma, salvo qualche eccezione lo spettacolo è stato in pratica lo stesso di sempre, con tutte le trovate sceniche e i siparietti che fin dagli esordi hanno affiancato l’esecuzione delle canzoni, ma la sensazione è sempre più quella che un’era, quella delle grandi star del rock, sia purtroppo vicina alla conclusione. Un motivo in più per essere sempre presenti ad occasioni di questo tipo, che vengano più o meno bene di quelle che le hanno precedute.

Guarda le foto del concerto qui.

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