I Korn a Roma per festeggiare il ricongiungimento con “Head” Welch

Recensione concerto korn Roma 25 giugno 2013

Seconda tappa del mini tour italiano dei Korn, che hanno suonato all’Ippodromo delle Capannelle all’interno del festival Rock In Roma. Jonathan Davis e compagni hanno festeggiato il ricongiungimento con il chitarrista “Head” Welch proponendo in particolare i primi brani del loro repertorio. Ecco la nostra recensione del concerto.

Roma, Rock in Roma, Ippodromo Capannelle, 25 giugno 2013. L’ultima volta che giunsero nella capitale, nel bel mezzo di un circolo vizioso-promozionale, era il 2011: appena partorito Korn III: Remember Who You Are (prima volta in studio del batterista Ray Luzier, che poi si è rivelato la fortuna del gruppo) di lì a pochi mesi avrebbero concepito The Path Of Totality. Stavolta niente nuove nascite (anche se è in arrivo un disco di inediti per settembre 2013), ma solo un salto nel passato old school, un racconto di ciò che era. I Korn l’hanno chiamato Head Reunion Tour. È partito il 15 maggio dalla Pennsylvania e al centro vede proprio lui: Brian (Head) Welch, pecorella smarrita che torna finalmente a mettere le sue dita cristianamente tatuate al loro posto:  sulla chitarra dei Korn.

Si parte alle 20.00, con i Love And Death (evoluzione del progetto solista di Brian Welch) e i Bullet For My Valentine, ma è con i Korn che si comincia ad headbangare sul serio. Il carro armato parte con i riff di James Shaffer e Brian Welch su un classico (Blind) da far luccicare anche gli occhietti più insensibili, a cui segue Ball Tongue, tanto per ricordarci che il bassista Reginald Arvizu sa a memoria le lezioni di Les Claypool dei Primus. Da quell’album del 1994 pescheranno, cornamusa alla bocca ed aggressività alle mani, anche Shoots And Ladders, Helmet In The Bush e Lies.

In scaletta c’è poca roba dagli ultimi album: Nacissistic Cannibal e Get Up (da The Path Of Totality del 2011),  Coming Undone (See You On The Other Side, 2005), Did My Time e Y’all Want A Single (Take A Look In The Mirror, 2003), Here To Stay (Untouchables, 2002). Il resto è un piacevole naufragare verso la fine dello scorso millennio: da Life Is Peachy (1996) a Issues (1999) i contorni si fanno definiti, l’aggressività senza freni ora è controllata, è matura e Jonathan Davis non perde mai intensità, guida questo storytelling fatto di teste ondeggianti, passando dall’immancabile cover di Another Brick In The Wall fino alle battute finali di Got The Life e Freak On A Leash. Il tempo di ringraziare Head, di far partire il riff di chiusura – ci scappa pure un «Grazie miglie, arivedecci» di Jonathan – e la serata si conclude con una ricchissima distribuzione al pubblico di qualsiasi cosa ci sia sul palco (ma cos’ha lanciato Luzier? Un pezzo di rullante?!).

È solo alla fine, che lo spazio immenso dell’Ippodromo Capannelle ci costringe a buttare l’occhio su un pubblico inaspettatamente risicato. Ma il nero sfina, giusto? E allora basta quella magnifica ampiezza anagrafica sotto il palco a compensare ogni spazio vuoto, o l’aria intima, densa ed empatica che ti fa respirare genuina positività. E quel sorriso spontaneo che arriva quando dal signore coi capelli bianchi accanto a te, a fine concerto, arrivano due ragazzini che non avranno avuto più di 13 anni. That’s my boy!

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