Le cento facce dei KuTso a Milano

kutso-milano-13 marzo 2015 recensione

Tra punk e cantautorato, tra armonie vocali improbabili e coreografie assurde, i KuTso dal vivo dimostrano tutte le loro capacità. La recensione del concerto di Milano.

Salumeria della Musica, Milano, 13 marzo 2015. I KuTso sono quattro baldi giovani che quando si mostrano sul palco sembrano quattro maschere carnevalesche. Le loro radici sono però ben ancorate alla scena indipendente italiana, non tanto per genere ma per il processo di una crescita musicale che li ha portati al palco di Sanremo con il brano Elisa. Già dallo schermo l’impatto visivo era uno schiaffo a mano tesa sulla guancia. Il Festival è una vetrina e la band romana l’ha saputa sfruttare per acquisire consensi.

La platea della Salumeria è la somma di chi conosceva i KuTso già da prima della kermesse e di chi li ha scoperti proprio grazie a Sanremo. Lo stile del gruppo è apparentemente nonsense, ma in realtà mette in scena il teatro-canzone. Lo si capisce dall’intro durante la quale Matteo Gabiannelli improvvisa cantando e spiega che stanno provando differenti scalette nella speranza di trovare quella perfetta. È lo strumento che i ragazzi usano per quello trovare un contatto con i presenti. Empatia e consapevolezza di essere parte attiva di uno spettacolo che va ben oltre ciò che va in scena sul palco.

Il gruppo, prodotto da Alex Britti, è tutto meno che una band di quattro sprovveduti che tra mosse alla Karate Kid e travestimenti cerca di divertire portandosi a casa una qualsivoglia forma di live. I KuTso indossano la maschera e il personaggio che interpreteranno durante  i quasi 90 minuti di live, ma mettono in scena la loro maestria. C’è tutto in questa setlist che percorre il loro passato e presente discografico. Da Alè e Marzia sino ad arrivare a Elisa e Io rosico. Ci sono echi di grunge, funky beat, marcette elettriche che sfociano nel rock puro, con persino una punta jazz-swing. Per riuscire a seguire le linee armoniche di generi così distanti o si è preparati o il rischio è che il tutto diventi un minestrone insipido. Ecco, i KuTso hanno studiato più che diligentemente e passano l’esame con il massimo dei voti.

Ciò che maggiormente stupisce, al di là della tecnica individuale, è l’impatto scenico di Matteo Gabbianelli. Una cassa armonica che si apre e chiude senza errare mezza nota, senza bisogno di prender fiato tra salti improbabili e balli assurdi. Si resta attoniti e incantati, ormai marionette nelle loro mani costrette a seguire le indicazioni per eseguire in sincronia le coreografie e le richieste del cantante. I KuTso fanno parte di quella tradizione del rock che ama divertirsi e divertire. Offspring, AC/DC, i Kiss come colonne portanti. Tutti artisti che sanno bene quanto il divertimento sia una questione seria. E ne è perfettamente consapevole anche la band romana, come di mostra tra Spray nasale e le mimiche di Call Center. C’è chi dice che dovrebbero affinare ancora qualche tempo morto nella scaletta, ma è proprio quella punta di live sporco e imperfetto che fa piacere i KuTso così tanto.

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