Nonostante tutto, Lauryn Hill resta una fuoriclasse

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di Emanuele Mancini
Foto di Veronica Badini

Auditorium Parco della Musica, Roma, 13 luglio 2015. Il concerto di Ms. Lauryn Hill per molti appassionati di musica era di certo uno degli eventi musicali più attesi dell’anno. Andato sold out in pochissimi giorni ha richiamato gente da tutta Italia, fan increduli di poter beneficiare di una delle sporadiche apparizioni dell’ex ragazza prodigio del New Jersey. Il biglietto, quando si parla della signora Hill, si sa che va acquistato a scatola chiusa. La sua attività dal vivo negli ultimi anni è stata frammentaria e confusa, con spettacoli molto diversi tra loro, sempre che il concerto non venisse annullato all’ultimo momento per “motivi di salute” o non fosse interrotto anzitempo dalla cantante stessa. Vederla salire sul palco dunque, è già un ottimo punto di partenza. Su quale tipo di concerto ci aspettasse restava un legittimo interrogativo. Sarà un concerto acustico sulla scia del suo “ultimo” lavoro (l’Unplugged di Mtv datato 2002) o qualcosa più vicino alle sonorità del suo esordio solista? L’aspettativa era veramente altissima, almeno per chi, come me, è letteralmente cresciuto con capolavori come The Score e The Miseducation of Lauryn Hill. Purtroppo l’aver ritrovato la strada verso il palco non è stata condizione sufficiente a regalarci lo spettacolo che aspettavamo.

Lauryn Hill, accompagnata da ben undici musicisti, comincia il concerto da seduta, chitarra in mano. Nel giro di pochi brani, quasi tutti estratti dall’Unplugged (Peace of Mind, Mr. Intentional) ci comunica molto di più di quello che le sue canzoni da sole vorrebbero dire: le sue ferite non sono affatto rimarginate. Giunta al successo planetario troppo in fretta, divorata dallo show business e poi risputata fuori senza alcuna cura, tormentata da problemi personali e dai problemi con la legge (è stata in carcere nel 2013), ha rischiato di perdersi per strada, salvandosi miracolosamente grazie a un talento smisurato. Talento che mostra tante cicatrici e che da solo non basta più.

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È corrosa dall’ansia: gesticola in continuazione verso i tecnici chiedendo di alzare o abbassare questo o quello strumento. Fa gesti anche all’indirizzo dei musicisti, che sembrano seguirla a stento restando spiazzati di fronte alle sue richieste repentine. La voce sembra aver perso la brillantezza di un tempo, le improvvisazioni sui brani si perdono in lunghissime code dove appare evidente lo sforzo di tutti di cercare di dare una forma sensata alle esecuzioni. Il risultato è caotico e frustrante. Lauryn Hill si rivolge a malapena verso il pubblico, impegnata com’è a tentare di domare una situazione fuori controllo, situazione che sembra tale più per l’insicurezza della cantante che per altri motivi. A questo punto il concerto è a un bivio: potrebbe risollevarsi o perdersi in una delusione senza appello.

Fortunatamente la seconda parte dello spettacolo è sopra la sufficienza (di poco). E sono le canzoni da sole a fargli guadagnare questo voto, non certo gli arrangiamenti (degli stravolgimenti dal dubbio risultato) o la performance della Hill (che non ha mai smesso di fare cenni ai suoi tecnici e non smetterà neanche durante l’ultimo pezzo). Con i successi dei Fugees (Fu-gee-la, Ready Or Not, Killing Me Softly) e del suo primo disco solista (Ex-Factor, Lost Ones, Final Our) il concerto sembra andare un po’ più con il pilota automatico e le incredibili doti di rapper di Lauryn Hill ci ricordano perché la adorassimo così tanto.

La lunga parentesi dedicata a Bob Marley con Jammin’ (in medley con Master Blaster di Stevie Wonder), Is This Love e Could You Be Loved e l’omaggio a Nina Simone con I’m Feeling Good corre seriamente il rischio di essere la parte più bella del live e questo perché in quel frangente l’impressione è che fosse finalmente sparita ogni incertezza. Tutti, Hill per prima, sapevano cosa dovevano e non dovevano fare, si muovevano su binari saldi riuscendo a dare sfoggio della loro bravura. Con la sicurezza acquisita grazie a questi brani il finale è stato ugualmente all’altezza: una emozionante To Zion nella quale la voce di Lauryn è tornata miracolosamente potente e nitida e la conclusiva Doo Wop, sulla quale si è lasciata andare in balletti e saluti calorosi. Sembra reduce da una fatica incredibile. Sembra dire «Anche stasera ce l’ho fatta». Sorride soltanto mentre se ne va via, come se fosse scampata agli artigli di un mostro. E forse quel mostro è proprio quel palco che è tornata ad affrontare.

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