Le luci della centrale elettrica: ritmo e suggestioni per celebrare l’umanità contemporanea

le-luci-della-centrale-elettrica-pordenone-2017-recensione-16-marzo
di Francesca Vuotto
Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi - Testo di Daniela Giordani

Astro Club, Fontanafredda (Pordenone), 16 marzo 2017. Le luci della centrale elettrica, dopo mesi di silenzio – inframezzati da centellinate apparizioni – tornano a calcare i palchi, scegliendo questo circolo culturale dall’atmosfera intima e piena di carattere per inaugurare il tour di Terra, l’ultima creatura di Vasco Brondi, e regalare al pubblico l’emozione di partecipare ad un nuovo spettacolo.

Protagonista della serata è proprio il disco appena uscito, che pervade la scaletta e si fa presente non solo con tutte le canzoni, ma anche con un’attitudine che trasforma il concerto in una celebrazione dell’umanità contemporanea vicina e lontana, nota e meno esplorata.
Per farlo, raccoglie suoni e suggestioni da tutti gli angoli del Pianeta, per scoprire un minimo comune denominatore fatto di (tanto) ritmo e percussioni, unite ad un’urgenza espressiva quasi ancestrale che non si limita alla voce. Anche le parole – importantissime nella poetica della band – in certi momenti fanno un passo indietro, lasciando a percussioni, archi, cori e energia l’onore di raccontare questa “corsa ad ostacoli” che ci vede tutti “allegri e disperati nei secoli dei secoli” che è la vita (tra i Viaggi disorganizzati, quello meno pianificabile per eccellenza).

La band inizia con le travolgenti Qui e Stelle marine, che animano il pubblico, prima di consentirgli di immergersi nell’atmosfera di Macbeth della nebbia, ed approdare al suono ricco di C’eravamo abbastanza amati.
In questa ricchezza di suoni e suggestioni, il focus resta sul ritmo – sostenuto molto bene dai musicisti e supportato da sonorità (apparentemente) lontane – che si dispiega, ad esempio, anche nella delicata A forma di fulmine, il cui il testo si trasfigura fino a manifestare con la forza della voce quella capacità di rinascere di cui parla. Ma anche in pezzi “storici” come Quando tornerai dall’estero e Cara catastrofe, nella concitata Ti vendi bene, in Questo scontro tranquillo o nei tre tempi di Waltz degli scafisti – qui la leggerezza si fa quasi epica, nella rievocazione di un’epopea contemporanea ma anche senza tempo.

La condizione dell’umanità – tra sentimenti, guerre, felicità, mezzi di (non) comunicazione, lontananze, illusioni e speranze – è sempre centrale, nelle declamazioni di Moscerini come nell’acuta analisi di Iperconnessi, ma anche in Le ragazze stanno bene e nell’intimissima Chakra, brano dell’ultimo disco (il primo ad essere stato scritto, ci dirà Brondi), che viene già cantato da tutti..

Con Nel profondo Veneto il palco diventa una vera festa che porta il pubblico in terre lontane, i suoni esplodono in un ritmo irresistibile che sfiora il tribale, in una celebrazione delle apparenti sconfitte che spesso hanno poco da invidiare ad altrettanto apparenti conquiste.

Siamo agli sgoccioli, è tempo di Coprifuoco, Viaggi disorganizzati e della bellissima Destini generali… tra le ultime pulsanti battute di uno spettacolo che ha regalato una serata davvero “strapiena di vita”, esattamente come la nostra Terra, e che non delude le aspettative.

Commenti

Commenti