Leonard Cohen a Roma: non c’è nulla da fare, bisogna amarlo

di: Francesco Chini

Leonard Cohen ha scambiato con il pubblico andato a vederlo a Roma un intenso flusso d’amore. La recensione del concerto mostra chiaramente questa situazione magica.

Leonard Cohen Roma 7 luglio 2013 recensioneCentrale del Tennis, Roma, 7 luglio 2013. Ci sono artisti le cui apparizioni en vivo possono tranquillamente esser derubricate alla voce “pretesti”. Lo sono tante tristi reunion (ricordate quando ne abbiamo parlato, qualche tempo fa?), lo sono le occasioni in cui l’artista non si faceva vivo da tempo, o quelle che servono da maxiraduno/incontro per gli aficionados. In altre occasioni, invece, il concerto è un pretesto per qualcosa di molto più speciale: un grande flusso d’amore commosso e bidirezionale, come quello per quasi tre ore Roma e Leonard Cohen si scambiano in questa poco meno che monsonica domenica di inizio luglio. L’unico modo per rendere giustizia a simili eventi è uscire dalla cronaca spicciola e dar conto dell’emozione rinnovata eppure così ovvia che ne è stata il motore.

E allora la facciamo breve e vi diciamo quanto segue: Cohen, la sua poesia e la sua musica sono un patrimonio da preservare e da amare. Per primi lo amino i cantautori. Quelli impegnati – se ancora ce ne sono – perché le parole profonde scandite da questa voce rugosa eppure vellutata sono atti silenziosi di rivoluzione, che scardinano l’estetica della retorica prendendo posizioni  (The Partisan) senza trasformarle in proclami (come in Lover Lover Lover o nelle splendide, sarcastiche Anthem o The Future), traboccano d’un ispirazione lucente e come ogni verità nascono da vissuti autentici. E lo amino i disimpegnati che badano solo allo stile, che la disincantata allegria di Heart With No Companion o l’incedere sensuale di Dance Me To The End Of Love possono solo sognarseli di notte. Lo amino gli amanti, delusi (Famous Blue Raincoat è capace di spezzarne i cuori) o felici (I’m Your Man è vicinissima alla dichiarazione perfetta) che siano.

Lo amino gli adolescenti che nei tormenti di The Darkness  e negli altri, non rari estratti dall’ultimo Old Ideas troveranno una voce che parla loro assai più da vicino di tanti coetanei, e lo ami chi con le algide eppur emozionate, splendide Suzanne, So Long, Marianne, Chelsea Hotel #2, Sisters Of Mercy o Bird On The Wire è cresciuto, che le ritroverà intatte se non ulteriormente ornate dal caldo minimalismo da camera di arrangiamenti che sulla voce di Cohen si attagliano con consumata eleganza da impareggiabile crooner. Lo ami chi si sente vecchio, perché a 79 anni questo canadese dallo sguardo dolce, che si cava il cappello di fronte a ciò che lo commuove (un esempio? Alexandra Leaving e soprattutto If It Be Your Will, lasciate alle rispettive incantevoli voci di Sharon Robinson e delle Webb Sisters che altresì l’accompagnano ai cori) dà vita a una performance quanto mai vitale fatta di passi di danza e canto di cuore e pancia, che si tratti del brio di Closing Time o delle amare verità di Everybody Knows.

Lo ami chi diventa genitore: perché sul palco stasera c’era un bambino rimasto tale, e far crescere i propri figli ascoltando un bambino che invecchiando è riuscito in qualche modo a restar tale è un buon viatico perché tocchi loro la stessa sorte. E quanto ai bambini… beh, a loro non c’è mica bisogno di dirlo.