La pioggia non ferma l’amore per il Liga. Prima data e primo successo a Verona

ligabue-verona-16-settembre-2013-recensione

Ieri sera all’Arena la prima delle sei date di Ligabue a Verona, un concerto attesissimo e seguito da oltre diecimila fan. Ecco la recensione dello show.

Io sono qui per quello che sono ora, non per quello che ero. Luciano Ligabue da Correggio tiene sempre a mettere le cose in chiaro. Lo fa all’inizio del primo dei suoi concerti all’Arena di Verona e lo ribadisce anche alla fine. «Questa sera diciamo addio al vecchio album e diamo il benvenuto al nuovo». Alla fine saranno ben otto le canzoni in scaletta tratte da Arrivederci, mostro! e non a caso come ultima, prima della chiusura finale con il nuovo singolo Il sale della terra, il Liga sceglie Il meglio deve ancora venire. Appena due invece i brani pescati dal suo disco più osannato, quel Buon compleanno Elvis che spunta all’inizio con Leggero e un po’ dopo la metà con Vivo morto o X. E solo A che ora è la fine del mondo? arriva da un tempo ancora precedente. Insomma, un concerto orientato al passato prossimo e all’immediato futuro.

L’attacco della serata è con Il giorno di dolore, subito cantata all’unisono da un pubblico che non smetterà di intonare ogni singola parola di ogni pezzo neppure per un secondo dell’intera serata. L’orchestra diretta da Marco Sabiu è subito in grande spolvero e gli arrangiamenti scelti riescono a valorizzare le canzoni senza mai stravolgerle, anche se per il primo quarto d’ora l’acustica lascia a desiderare. Il Liga si prende una pausa per parlare solo dopo una mezz’ora, per dire che «da giovane non volevo mischiarmi con le canzoni d’amore perché le ritenevo troppo pop, poi ho capito che sono le più difficili da scrivere e ho buttato giù lo steccato tra pop e rock che in fondo non esiste». Attacca Ci sei sempre stata, subito seguita da Un colpo all’anima e Happy Hour.

Arriva poi uno dei migliori momenti della serata. Luciano introduce Caro il mio Francesco, uno sfogo sulla scia dell’Avvelenata di Guccini, che «negli anni Settanta ci piaceva, anche se non capivamo perché si lamentasse col lavoro che faceva, adesso io di certo non mi lamento ma ho capito cosa intendeva». È uno dei brani più riusciti, per l’arrangiamento e, soprattutto, perché l’Arena (per poco) decide di ascoltare e non di sovrastare con il proprio canto la voce di Ligabue. Ma è solo un momento: parte Questa è la mia vita, un’altra canzone intima ma dalla veste decisamente rock. È la faccia rock del cantante emiliano, che poco dopo scivola sul palco bagnato per la pioggia, ma scherza assicurando che «ciò non mi fermerà».

Dopo Urlando contro il cielo, è di nuovo il momento per un calo di ritmo, con Buonanotte all’Italia, l’unica canzone durante la quale il Liga riesce a distogliere da sé gli sguardi grazie alle immagini degli italiani che hanno fatto grande il Paese (gli applausi più forti per il Sic, per Falcone e Borsellino e per Rita Levi Montalcini e Margherita Hack).
È a questo punto che le qualità degli arrangiamenti dell’orchestra si mettono in evidenza. Piccola stella senza cielo risplende, ma è Tra palco e realtà a vincere il premio di miglior canzone della serata: la simbiosi tra orchestra e Banda è massima. Si chiude con Taca Banda prima dei tre bis (un po’ pochi per sole due ore di concerto?) Ora e allora e, appunto, Il meglio deve ancora venire e la prima esecuzione dal vivo per Il sale della terra, già cantata a memoria da tutti i fan.

È un’apoteosi e il bello è che lui, il protagonista, sembra ancora stupirsi di quanto il pubblico, il suo pubblico, gli voglia bene. È la modestia che sta alla base del suo voler girare pagina e guardare al futuro, senza crogiolarsi per un passato glorioso. Questo è in fondo l’aspetto più bello della serata: il Liga potrebbe anche essere giù di voce e a nessuno importerebbe (ammesso che qualcuno, visto il frastuono dei cori, se ne accorgesse). Ma sarebbe lui il primo a non nascondersi ed è proprio con la sua estrema serietà e professionalità che si è guadagnato questo amore (si tratta solo di un esempio per assurdo, perché la voce è in gran forma).
È evidente insomma che la forza di Ligabue sia proprio il legame con il pubblico, anche se per qualcuno questi fan tanto focosi e urlanti potrebbero risultare fastidiosi. Certo, quello stesso pubblico che è la sua grande fonte di energia, probabilmente toglie qualcosa al live. Se ne guadagna in vitalità, ma si perde un pochino di qualità sonora (soprattutto in un luogo racchiuso come l’Arena).

Quanti hanno sentito distintamente la voce del Liga rispetto alla propria o a quella del vicino di posto che cantava? Ma si tratta di un concerto rock, non della prima della Scala e, alla fine, a pesare di più sono le emozioni trasmesse. Basta guardare gli occhi degli spettatori per percepirne l’emozione e capire che ancora una volta il loro idolo li ha portati per un paio d’ore in un’altra dimensione. È la legge del live, conta solo la gioia trasmessa. E Ligabue è insuperabile a rendere ogni nuovo concerto un momento indimenticabile per i suoi fan.

Altri articoli su questo concerto

Commenti

Commenti

Condivisioni