La grande festa di Ligabue a Campovolo è stata un tuffo al cuore

Ligabue Campovolo 19 settembre 2015 recensione
di Alvise Losi
Foto di Francesco Prandoni

Campovolo, Reggio nell’Emilia, 19 settembre 2015. Una grande, grandissima festa. Così l’ha voluta chiamare, Campovolo 2015 – La Festa, e così è stato. Le parole raduno, evento, concerto non sono sufficienti a spiegare quello che è stato il terzo concerto di Ligabue a casa sua e l’unica che è in grado di definire quello che i 150mila spettatori hanno visto, sentito, provato è proprio quella parola: festa. I primi fan erano arrivati già il giorno prima e si erano fermati a dormire in tenda, pronti alle 8 del mattino per lanciarsi in una corsa a perdifiato lungo la Liga Street (un percorso con tanti piccoli eventi nell’evento pensato proprio per celebrare il grande protagonista del fine settimana) per arrivare sotto al palco. Tutti gli altri (e 150mila sono davvero tanti a colpo d’occhio) sono arrivati nell’arco della giornata.

Centocinquantamila (scritto così fa ancora più effetto) sono tanti, si diceva, ma il bello è che sono tutti diversi: il popolo del Liga è variegato, fatto di giovani e vecchi, adulti e piccini, uomini e donne. Le persone sono arrivate da tutta Italia: si sentono accenti del Sud, del Centro e del Nord. E tutte hanno un solo grande punto in comune: la passione per Luciano, che scatena in loro un sorriso sincero. Che esplode in un boato che solo chi ha vissuto altri eventi simili (un prato, centomila persone, il proprio idolo) può capire.

Il padrone di casa sale su un palco enorme ma che sembra quasi piccolo di fronte alla grande massa dei suoi fan e attacca insieme ai ClanDestino con Balliamo sul mondo. Comincia la festa. Il primo album, omonimo, di Ligabue rimane una delle più belle storie della musica italiana: un artista non più giovanissimo che finalmente arriva al successo con un disco ruvido, rock, con una voce che resta impressa. Ecco quella, la voce, sembra la stessa: Luciano l’ha usata tanto in questi 25 anni e ha imparato a dosarla, ma questa sera sembra essere tornato agli urli del ’90 (e del ’91 con Urlando contro il cielo, che arriverà nella terza parte di concerto). O forse è solo suggestione. Fatto sta che è un tuffo al cuore sentire Piccola stella senza cielo con il medley live originale che include(va) Riders on the storm dei Doors, Knockin’ on Heaven’s Door di Bob Dylan, See me Feel me degli Who, Because the Night di Patti Smith e Gloria dei Them. Quelli sì che erano i Sogni di Rock ‘n’ Roll. Era, ed è, davvero un gran bell’album Ligabue. Con Figlio d’un cane finisce la prima parte di concerto. E già basterebbe questo per essere felici. Ma c’è un’altra ricorrenza da festeggiare.

Salgono sul palco La Banda e una grande sagoma di Elvis e, dopo un veloce cambio d’abito, torna anche Luciano in una camicia gialla sgargiante (nonostante i 20 anni in naftalina): è quella del video di Vivo morto o X. L’ennesimo boato del pubblico saluta il primo brano in scaletta del disco che cambiò per sempre la vita di Ligabue. Da grande promessa a grande certezza del rock italiano. E riascoltare quelle canzoni in fila, nello stesso ordine del disco, in mezzo a 150mila altre voci restituisce un’energia impressionante. La stessa che romba dalle casse che consentono a tutti di ascoltare la voce che conta, quella di Luciano, come se fossero a pochi metri dal palco. Era Buon compleanno, Elvis! un album che 20 anni fa consentì a una generazione intera di appassionarsi a un nuovo artista, uno che non apparteneva ai genitori, agli anni Settanta od Ottanta. Uno che di quegli anni era figlio, ma che rappresentava finalmente una nuova voce, pulita e roca allo stesso tempo. Una voce che parlava a chi voleva ascoltarla, senza volersi imporre sugli altri, senza offrire certezze, ma neppure vie di fuga. Una voce vera. E così, dopo Leggero (forse la più bella canzone di tutta la carriera di Ligabue), si chiude la seconda celebrazione della serata. Ma, dopo 25 canzoni, siamo solo a due terzi del concerto, perché c’è ancora tutto il terzo set da suonare.

Qui nessuno sa più cosa aspettarsi, e si torna nell’alveo di un “normale” concerto, con tutta la curiosità dei fan in attesa di intuire dalle prime note quale canzone starà per essere suonata. Il Liga, accompagnato dal Gruppo, parte con uno degli ultimi singoli, C’è sempre una canzone, prima di proiettarsi in un viaggio che ripercorre gli ultimi vent’anni di carriera (con le sole eccezioni di Urlando contro il cielo e A che ora è la fine del mondo?). C’è proprio tutto: da Questa è la mia vita a Ho perso le parole, da Il meglio deve ancora venire a Tra palco e realtà. La chiusura, dopo una sofferta Il giorno di dolore che uno ha, è lasciata a Con la scusa del rock ‘n’ roll, che chiude una scaletta mostruosamente lunga (40 canzoni in totale!) e chiude il terzo Campovolo dopo tre ore e mezza di pura gioia. Per i 150mila sotto al palco. Più uno sopra.

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