Ai Limp Bizkit di oggi manca la voglia

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di Jacopo Casati
Foto di Gabriele Temporiti

Assago Summer Arena, Milano, 11 giugno 2015. I Limp Bizkit tornano in Italia a due anni dall’ultima, divertentissima, esibizione all’Alcatraz. Diversamente dall’altra volta però, questa sera Fred Durst e soci non hanno voglia. Mettono insieme a malapena una decina di pezzi in una scaletta di un’ora, allungata per ulteriori quindici minuti da jam casuali e intermezzi da dj set tamarro (è passato pure l’Harlem Shake).

La partenza è anche buona: arrivano sul palco osannati da un migliaio di persone che non vedono l’ora di scatenarsi sui loro classici. Parte Rollin’ (Air Raid Vehicle) ed è il delirio. Si salta, si poga, si grida. Ci si diverte insomma. Ci si accorge subito come Fred Durst non sia affatto felice che a vederli non sia venuto quasi nessuno. Ringrazia, parla di piccolo festival intimo ma non sembra convinto. Se il cantante ha comunque il proprio personaggio da mantenere, anche Wes Borland (chitarrista ed eclettico genietto del gruppo in quanto a creatività e capacità esecutiva) non pare in serata. Per esempio stecca qualche riff di cover che avrebbe voluto accennare: Ain’t Talkin’ ‘Bout Love dei Van Halen e Sweet Child O’ Mine sono stranamente approssimativi.

Nonostante il pubblico presente risponda con entusiasmo sui grandi classici come Livin’ It Up, Break Stuff, Hot Dog (con un accenno di Master Of Puppets dei Metallica, giusto per aumentare il mosh pit sotto il palco), Faith di George Michael, su Killin’ In The Name Of (cover dei Rage Against The Machine) e anche sulla pacata Re-Arranged, la band non ingrana. Quando quel pezzo della colonna sonora di Mission Impossible II comincia, è passata a malapena un’oretta dall’ingresso dei LB sul palco. Take A Look Around è il loro ultimo atto per oggi. Niente bis, tutti a casa. Qualche fischio arriva dalla platea, comunque stanca dalla tanta attività fisica svolta stasera. Si sfolla, a testa bassa.

Prima dell’ombra dei Bizkit, sul palco di Assago era salito Mark Tremonti, insieme ai fidi compagni della band del suo progetto solista, con i quali ha da poco pubblicato il nuovo disco Cauterize. Per quanto credessi che i fan di Durst avrebbero potuto trattarli male (per delucidazioni chiedere ai Blink 182 dell’epoca Independence Days 2000 a Bologna), i quattro ottengono consensi, suonando per quasi sessanta minuti senza sosta, con distorsioni e un impatto frontale mostruoso. La miscela heavy/thrash e modern metal messa insieme dal chitarrista di Creed e Alter Bridge è forse anche troppo pura e pestata per l’audience di questa sera. La gente comunque gradisce e, a più riprese, incita Tremonti e compagni. Con loro ci ritroveremo in autunno in qualche club, coi Bizkit chissà…

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