Limp Bizkit in concerto a Milano: quando lo show è del pubblico

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Un concerto sorprendente quello tenuto dai Limp Bizkit all’Alcatraz di Milano: grazie a un pubblico calorosissimo, la band di Fred Durst ha regalato ai convenuti un’ora e mezza ad altissima intensità, facendo scatenare la folla sin dalle prime battute. Ecco la recensione dello show.

Alcatraz, Milano, 21 giugno 2013. Non è facile entrare nella testa degli artisti. Tanto meno se il frontman di questa sera si chiama Fred Durst. Tuttavia qualcosa è successo nella mente del cantante dei Limp Bizkit quando dopo il trittico iniziale del concerto e aver assistito all’entusiasmo dei fan per la nuova Gold Cobra e il classico My Generation ha detto: “C’è un’energia stupenda questa sera in questa sala, grazie davvero”. Probabilmente non si aspettava una partecipazione simile da parte di un pubblico abbondante, che ha riempito ben oltre la metà la venue odierna. La band si è fatta trascinare dal delirio della platea e ha offerto un’ora e mezzo di set dal grande impatto.

Si è iniziato subito a saltare, a pogare e anche a uscire piuttosto malconci dal pit, la gente voleva divertirsi e sballare al ritmo di alcune delle hit (è mancata stranamente solo Rollin’) che hanno segnato la gioventù dei molti convenuti all’Alcatraz: quando nel 2000 usciva Chocolate Starfish and the Hot Dog Flavored Water, la quasi totalità dei presenti sarà stata adolescente o comunque a malapena maggiorenne. E questa sera la folla è tremendamente eterogenea, ha un’età media più verso i trenta e potrebbe essere quella che incontri a uno show dei Red Hot Chili Peppers, piuttosto che dei Prodigy, parecchi hanno la canotta da basket anche per mostrare bene i tattoo, altri sono tipi alternativi e qualcuno pure alla moda. Ma non sono hipster, non sono ascoltatori occasionali e sanno i pezzi, pure Re-Arranged e Pollution.

E’ accettabile che non in molti capiscano che Wes Borland a un certo punto inizi a riffare degli estratti da Master Of Puppets dei Metallica, Holy Wars dei Megadeth o Alive dei Pearl Jam, mentre quando parte la prima strofa di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana e poco dopo viene proposta la cover dei Rage Against The Machine Killing In The Name, il tetto dell’Alcatraz viene giù di netto. Entusiasmo clamoroso su My Way, Nookie, Livin It Up, Take A Look Around e sulla conclusiva Break Stuff, mentre c’è anche spazio per l’emozionale versione di Behind Blue Eyes dei The Who e la sempre scanzonata cover di George Michael Faith.

Una serata coinvolgente, segnata dal divertimento e anche dalla follia di una platea galvanizzata, sono volate scarpe e sono state recuperate borse e marsupi al termine dello show, c’è stato anche qualcuno che completamente sbronzo dal parterre ha scalato rapidamente la balconata laterale lanciandosi sugli ignari che seguivano il set dalla posizione rialzata… insomma uno show che ha avuto nel pubblico un valore aggiunto che a sua volta ha stimolato una band che punta tutto sull’impatto e sul casino propriamente detto: Wes Borland a parte, il gruppo non ha mai avuto dalla sua un’abilità tecnica strabiliante ma bensì grande intelligenza nello sfruttare il momento in cui il nu-metal e il crossover furoreggiavano, scrivendo brani importanti e conosciuti, mischiando all’insegna della potenza la fruibilità del rap e l’orecchiabilità dei ritornelli. Sono passati diversi anni dalla loro epoca d’oro, tuttavia questa sera i Limp Bizkit hanno spaccato di brutto. E tutti se la sono goduta, sopra e sotto lo stage.

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