Lo Stato Sociale fanno ballare una generazione

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Carroponte, Milano, 4 giugno 2015. I ragazzi de Lo Stato Sociale, cui quest’anno spetta l’onore di inaugurare la stagione dei concerti del Carroponte, lo dicono già nel titolo di una delle canzoni dell’ultimo disco: In due è amore in tre è una festa. Considerando che le persone ammassate contro le transenne superano abbondantemente l’ordine delle migliaia, il party è assicurato. Quando viene issato lo sfondo con il logo della band partono gli applausi, appena si spengono le luci e iniziano i fumogeni è il fuggi-fuggi generale in direzione palco. Ci metto meno di cinque minuti a sentirmi fuori posto: il grosso dell’audience è composto da ragazzi che o sono ancora minorenni o che non lo sono più da troppo poco: la loro voglia di far festa è percepibile nell’atmosfera. Voglia di urlare con Lo Stato Sociale tutta la loro insofferenza e di saltare fino a che i polpacci reggono. Meglio defilarsi lateralmente dove l’età media si sposta da nativi-digitali a mi-ricordo-il-mondo-prima-di-Youtube.

Le prime frenetiche danze confermano la cifra del concerto, melodie da urlare, scarni synth ballabili, una bella dose di livore e qualche momento dolcemente romantico. E una marea di ragazzi felici che saltano e battono le mani a tempo. Che si abbracciano e gridano i testi di Bebo, anche se poi Bebo dal vivo li cambia sempre. Dentro a Sono così Indie per esempio ci ficca riferimenti di attualità, dal fallo di Nedved sul cantante Moreno durante la Partita del Cuore all’enorme questione Expo. Perché sì, Lo Stato Sociale sul palco fa un po’ quel che gli pare. Tra di loro condividono la sintonia di chi si frequenta da sempre.

Si nota soprattutto tra un pezzo e l’altro quando i momenti di pausa diventano un’occasione per tirar fuori opinioni, critiche, gag e stronzate. Anche chi scrive viene da Bologna come loro, dove se hai circa la stessa età e graviti un minimo intorno all’ambiente musicale è normale condividere certi riferimenti, quindi mi sento di poterlo dire con schiettezza: sono sempre gli stessi cazzoni. Ok, adesso hanno un sacco di effetti per il fumo, una marea di gente che li applaude a spron battuto e suonano persino meglio, ma la verve è rimasta immutata. E questo gli fa onore. C’è tanta voglia di suonare e quando non bastano le parole ci pensano gli strumenti che i membri della band si scambiano continuamente. L’effetto è travolgente anche e soprattutto quando l’arrangiamento è ridotto all’osso, come in Dozzinale, suonata solo con chitarra, timpano e maracas.

Spiccano nel set anche Forse più tardi un mango adesso, C’eravamo tanto sbagliati, Quello che le donne dicono e Amore ai tempi dell’Ikea hit da sing-along con la partecipazione di Pernazza, ex Ex-Otago – scusate il gioco di parole – e ora nei Magellano che hanno aperto il concerto. Tra una canzone e l’altra Bebo, Albi e Lodo non le mandano a dire. C’è sempre spazio per un attacco a Matteo Salvini, per una frecciatina al governo Renzi, per un finto matrimonio, con tanto di bacio tra Bebo e Lodo, dedicato a Carlo Giovanardi. L’atteggiamento è spesso polemico, come quando si lamentano della giornalista che li ha intervistati o della giunta Pisapia che ha paura di sforare la mezzanotte. Anche questo modo di parlare di politica è nel DNA del gruppo bolognese, e anche se magari non viene fuori dalle canzoni quanto accade per gli Offlaga Disco Pax, rimane una presenza costante nelle maglie delle canzoni. È nella stoffa de Lo Stato Sociale dagli albori, già dalla scelta del nome. E non è cambiata affatto.

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