Lo stato sociale fa ballare una generazione a Roma

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Lo Stato sociale, una delle migliori realtà emergenti della musica italiana ha divertito e convinto a Roma. Ecco la recensione del concerto del 3 luglio 2014.

Piazza Sempione – iFest, Roma, 3 luglio 2014. Alla fine quello che importa è ballare. E i ragazzi bolognesi de Lo Stato sociale lo sanno far bene. Un’ora e mezza a ritmi elevatissimi negli spazi ristretti (e non proprio agevoli) dell’iFest in piazza Sempione a Roma. Ma se ciò che più importa per la buona riuscita di un live è la risposta del pubblico, quella di sicuro non è mancata. Un migliaio di braccia alzate fin da subito, quando i cinque scatenati sul palco cominciano forte e rumorosi: Abbiamo vinto la guerra diventa immediatamente un coro collettivo che scatena un pogo ordinato e divertito che continua con i pezzi del nuovo album L’Italia peggiore.

Ritmi e gambe sempre alti per tutto il concerto. Un’alchimia perfetta creata dall’energia che i dj emiliani trasmettono dal palco. La musica non è una cosa seria, oltre che un pezzo in scaletta è anche un po’ il manifesto ironico del loro live (poco serio magari, ma mai frivolo). Vederli dal vivo comunque è un’esperienza. Perché sono leggeri, perché divertono, perché danno l’impressione di tenere un concerto come si tiene banco ad una festa tra amici. E non è male.

Loro d’altro canto sembrano i primi a divertirsi, come se un live davanti un migliaio di persone sia un po’ come un concerto ai tempi del liceo. Si parlano, scherzano, fanno sentire il pubblico a loro agio da subito. E’ un po’ questa la loro forza. Non prendersi sul serio nemmeno con temi serissimi.

Perché se Mi sono rotto il cazzo (non è una confessione, ma il titolo di uno dei pezzi più riusciti dell’album Turisti della democrazia) è stata cantata a squarciagola da un pubblico di ventenni come se fosse un inno generazionale, qualcosa vorrà pur dire. In quel pezzo c’è di tutto, dal rifiuto delle piccole cose quotidiane, ai comportamenti ottusi dettati dall’inerzia, fino alla pace nel mondo. Brevi cenni sull’Universo che però ne raccontano uno. Che è una parte dell’Italia. Questo è un grande paese, come racconta il brano che hanno firmato con Piotta. Un Paese capace anche di grande autoironia: se poi “se magna be’, se beve be’, si sta yeah” tanto meglio. Cantata sul palco senza il rapper romano, con un accenno di balletto da boy band sul ritornello. Ironico. Italiano. E molto “yeah”.

Arcangelo Rociola

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