Daughter e Lumineers, da Londra al New Jersey passando per Segrate

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The Lumineers e Daughter per la prima volta in Italia in occasione di Unaltro Festival al Magnolia di Segrate (Milano): due ottime performance . La nostra recensione del concerto.

Magnolia, Segrate, 9 luglio 2013.  Unaltro Festival ha il grande merito di aver portato per la prima volta in Italia due nomi emergenti della musica internazionale che, pur avendo una proposta musicale molto diversa, stanno facendo parlare bene di sè. Tant’è vero che arrivano a Milano reduci da altri grandi eventi all’aperto europei, Glastonbury compreso. Gli album d’esordio di Daughter che Lumineers sono stati apprezzati: i primi grazie al plauso della critica specializzata e con una bella cover  del tormentone Get Lucky, i secondi grazie al brano Ho Hey che è finito un po’ ovunque tra pubblicità e telefilm e ha inserito la band nel filone folk rock – quello dei Mumford & Sons per intenderci. Le due band torneranno presto in Italia, ma questa volta separate.

I Daughter salgono sul palco quando c’è ancora un po’ di sole, che mal si adatta alle loro sonorità o alla camicia nera ricamata della cantante/chitarrista Elena Tonra. Già dai primi pezzi riescono a raggiungere una grande intensità, la voce diafana che da l’impressione di spezzarsi da un momento all’altro (ma non lo fa mai) si contrappone alle ritmiche serrate, che portano quasi tutti i pezzi ad un crescendo emotivo. Igor Haefeli arricchisce il tutto con suoni di chitarra, sfruttando tutta la gamma di feedback ed effetti che lo strumento offre, aiutato da un tastierista di supporto. Tra una canzone e l’altra, quando si rivolgono al pubblico, mostrano tutto la loro timidezza: Elena ride nervosa ogni volta che ringrazia i fan o quando arriva qualche urlo di incitamento. Passa tuttonon appena si concentrano sugli strumenti, tirando fuori brani che dal vivo risultano ancora più coinvolgenti che su disco. Human e Candles portano il concerto al momento topico, mentre il finale, quando ormai il sole è definitivamente calato, è affidato a Youth, singolo dell’unico album If You Leave, uscito lo scorso marzo. Il pubblico era piuttosto rumoroso, e tutta l’esibizione è stata accolta da applausi entusiasti ma anche da un chiacchericcio fastidioso. M chi ha seguito con attenzione l’esibizione ne è rimasto rapito, che conoscesse o no i Daughter. Del resto, la stragrande maggioranza degli spettatori era li per i Lumineers.

Cambiamo completamente coordinate e dalla fumosa e intima Londra ci spostiamo negli Stati Uniti. Basta dare un occhiata all’abbigliamento dei Lumineers per capirlo: bretelle nere su camice bianche, cappelli a falda stretta, gonne svolazzanti. Anche loro sono un trio ma sul palco sono accompagnati da altri tre musicisti: il palco è piuttosto affollato. Da subito l’atmosfera è di festa con il piano ragtime di Ain’t Nobody Problems che li lancia in una forsennata strumentale. Il pubblico è già esaltato la reda dal vivo del gruppo è più compatta e ricca che su disco, mettendo sempre al primo posto la chitarra e la voce di Wesley Keith Schultz. Le prime 4/5 canzoni non concedono tempo neppure per tirare il fiato, e il culmine è certamente quella Ho Hey che ha fatto la fortuna della band, tra serie televisive e pubblicità. Ma gli americani non sono un gruppo one hit wonder e rimangono ancora tre quarti di concerto per dimostrarlo. Dopo una cover di Subterranean Homesick Blues del caro Bob Dylan (e non c’era bisogno del tributo per capire che i tre guardano a lui come ad una specie di padrino), è il momento di raccogliersi intorno alla chitarra per Slow Hit Down e Charlie Boy, a tutti gli effetti pezzi country. In mezzo la presentazione di un brano nuovo cantanto a due voci con la violoncellista Neyla Pekarek.

Poi una sorpresa, la band annuncia che si trasferirà in mezzo al pubblico e, con naturalezza, scende dal palco e si fa largo tra la folla, fino a un palchetto improvvisato davanti al mixer. Da lì, strumenti acustici in mano e una grancassa per tenere il tempo, eseguono Darlene ed Elouise, mentre il pubblico si esalta per il piacevole fuori programma, e con buona pace di chi si era guadagnato, magari duramente, le prime file. Al loro ritorno sul palco ormai lo spettacolo è fatto, il pubblico è felice e la band può permettersi di lasciarsi andare all’energia delle canzoni restanti, come Big Parade e qualche altra cover (di cui una dei Creedence Clearwater Revival). Un fortunato ragazzo dal pubblico viene invitato a suonare la batteria insieme a Jeremiah Caleb Fraites tra abbracci e strette di mano: finiscono per tirarsi l’un l’altro un tamburello addosso per almeno una mezza dozzina di volte. Dopo un concerto del genere, non c’è dubbio che i Lumineers saranno ben felici di tornare in Italia.

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