Il Marilyn Manson visto a Firenze è un grande artista (e non perché è tornato a bruciare la Bibbia)

marilyn-manson-firenze-9-novembre-2015
di Luca Garrò
Foto di Mathias Marchioni

Come tutte le figure così controverse e contraddittorie, Marilyn Manson è sempre stato in grado di dividere tanto il pubblico quanto la critica specializzata, da sempre più interessata ai suoi comportamenti bizzarri piuttosto che alla sua arte. Chi invece ne segue il percorso fin dagli esordi, sa bene quanto personaggio e artista finiscano spesso e inevitabilmente per coincidere e confondersi, dando vita a qualcosa di davvero difficile da inquadrare con precisione.

Fatta questa dovuta premessa, il Manson che si presenta all’Obihall di Firenze è, almeno dal punto di vista esteriore, sempre più uomo e sempre meno maschera, un processo iniziato pochi anni fa e giunto oggi probabilmente a pieno compimento. Rispetto alla data milanese di giugno, poi, l’autore di Antichrist Superstar pare sempre più a proprio agio in questa nuova rappresentazione di se stesso e l’accoglienza del suo pubblico sembra la migliore delle risposte a chi lo ritiene finito da almeno dieci anni.

La serata inizia come di consueto con Deep Six, utile a scaldare gli animi e a dimostrare ancora quanto dannatamente buono sia il materiale presente nell’ultimo lavoro in studio, ma è solo con la successiva Disposable Teens che il concerto prende davvero il volo: la bolgia del teatro, pieno al limite delle norme di sicurezza, esplode come se le lancette dell’orologio fossero tornate indietro di almeno quindici anni. Ritorna anche la scenetta della Bibbia bruciata su Antichrist Superstar, marchio di fabbrica dell’artista, che mancava da qualche anno dai suoi show (scommettiamo che i quotidianisti non parleranno d’altro, vista anche la presenza di Papa Francesco in città?).

Vocalmente, Manson è in forma strepitosa, cosa evidenziata in parte lungo tutte le date di supporto a The Pale Emperor: l’artista che solo fino a pochi anni fa non riusciva ad andare oltre al quinto pezzo senza perdere la voce sembra definitivamente un ricordo lontano. La ritrovata forma psicofisica lo porta spesso a osare, senza paura di doversi risparmiare per il classico finale ricco di brani impegnativi e provanti, oltre a non dover più perdere tempo con trovate o lunghe pause che spesso rompevano la tensione tra un brano e il successivo.

La verità è che quello che abbiamo davanti oggi è forse quanto di più vicino a Brian Hugh Warner si sia mai visto in pubblico dalla metà degli anni Novanta a oggi, tanto che non mi stupirebbe se il prossimo album uscisse col proprio nome di battesimo piuttosto che col celebre nome d’arte. Lo show termina dopo la consueta ora e mezza scarsa con una versione di Coma White che mette i brividi e che sottolinea nuovamente come chi non lo consideri uno dei migliori songwriter della storia non abbia davvero colto nulla della sua poetica.

Inoltre, il Manson uomo è forse ancora più disturbante della sua rappresentazione scenica, perché vederlo così a nudo ne evidenzia ancora di più il lato tragico e decadente. Con la sensazione perenne che continui a non fregargli un cazzo di chiunque abbia di fronte.

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