A Milano Marilyn Manson vince la scommessa

Marilyn Manson Milano 17 giugno 2015 recensione
di Tommaso Canetta
Foto di Elena Di Vincenzo

Alcatraz, Milano, 17 giugno 2015. Andare a un concerto di Marilyn Manson è qualcosa di più che ascoltare della musica. È rotolare nella tana del bianconiglio, dove i personaggi sono però tratteggiati non dal genio di Carrol ma dall’iconografia del Reverendo Manson. Fuori dall’Alcatraz di Milano – che registra il tutto esaurito per l’evento – si mescolano occhi chiarissimi e spiritati, volti tinti di bianco, dentiere metalliche, solo vestiti neri (tranne un ragazzo chicchissimo nel suo rosa salmone), tatuaggi blasfemi e via dicendo. Ci saranno almeno tre generazioni riunite in attesa dell’inizio del concerto, dai ragazzi delle superiori fino a canuti e truccatissimi figli del metallo. Forse sono proprio loro, i personaggi che hanno passati gli “anta”, a contribuire di più alla generosa dose di coreografia spontanea che accompagna tutta la serata.

Il pubblico si scalda col gruppo di appoggio, i Pop Evil, ma le grida che scandiscono “Manson, Manson!” scrosciano frequenti sulle note altrui. L’attesa cresce fino a esplodere quando calano le luci e dai giganteschi altoparlanti parte l’intro di Deep Six, canzone del nuovo album The Pale Emperor che sta portando il cantante in giro per il mondo. La folla salta, spinge, suda, beve, canta, l’aria si fa irrespirabile mentre i bassi ti fanno tremare fino al midollo. Forse c’è meno pogo di quanto ci si sarebbe potuto aspettare dalle facce spiritate viste all’ingresso e, anzi, i più scatenati sembrano essere alcuni gruppetti al femminile (oltre a uno sparuto assembramento di ragazzi a torso nudo unti e scivolosi come saponette che salta e spinge senza tregua). Alle novità dell’ultimo disco si alternano i grandi classici: Disposable Teens, mObscene, The Beautiful People. La gente canta e spesso Manson la fa cantare, quasi curioso di ascoltare il risultato.

Sul palco si avvicendano quattro abiti diversi per il cantante e le coreografie sono belle anche se non paragonabili a quelle di altri suoi show milanesi (quello al  Mazda Palace del 2005 è ancora impresso nella memoria di alcuni). Rispetto a 10 anni fa si apprezza però il ritorno del bassista Twiggy Ramirez, nome d’arte di Jeordie White – tutti i membri del gruppo di Manson, al secolo Brian Warner, hanno come primo nome quello di una modella o attrice e come secondo quello di un serial killer.

Third Day Of A Seven Day Binge e Cupid Carries A Gun fanno apprezzare le sperimentazioni del nuovo album, Sweet Dreams e The Dope Show portano all’estasi definitiva il pubblico e allo sfinimento Manson, che sembra leggermente in difficoltà nel racimolare le ultime energie per chiudere col botto. Ma chi conosce il Reverendo sa che sarebbe sciocco scommettere contro di lui, ed è con una meravigliosa esecuzione di Coma White  che si chiude il concerto. Le luci si accendono su una folla che non vorrebbe andarsene e che solo malvolentieri sfila lentamente – spesso col trucco sciolto dal sudore – fuori dal locale.

Guarda le foto del concerto qui.

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