Semplicità e poesia gli ingredienti dell’impeccabile concerto di Max Gazzè a Milano

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di Pietro Pruneddu
Foto di Elena Di Vincenzo

Alcatraz, Milano, 9 febbraio 2016. Per gran parte degli Italiani è stata la serata d’esordio del Festival di Sanremo. Il faccione abbronzato di Carlo Conti, la barba del maestro Vessicchio, le cattiverie sui social e tutto il carrozzone. Per alcune migliaia di fortunati, invece, la serata di martedì 9 febbraio è stata quella della prima tappa di Max Gazzè all’Alcatraz di Milano. Le due date consecutive sono sold-out da tempo e questa è già in sé una gran bella notizia. Ore di pioggia violenta e ininterrotta non hanno fatto desistere nessuno, anzi le file per l’ingresso sono addirittura due, lunghissime ma scorrevoli. L’ingresso dei concerti post-Bataclan somiglia ormai a quello degli stadi: alle urla dei bagarini si è inesorabilmente aggiunto il suono dei metal detector.

La sala è piena, Max si fa attendere il necessario a far entrare tutti. Poi la festa decolla con la contagiosa allegria di Mille volte ancora. Quattro musicisti agli estremi laterali del palco per lasciare il centro della scena a Gazzè di nero vestito. La scenografia, scarna ma efficace, accompagna ogni canzone con rimandi ai videoclip, spesso concentrandosi su un dettaglio stilizzato del testo. Questo, in sostanza è Max Gazzè: semplicità e poesia. Una scatenata versione de I tuoi maledettissimi impegni fa da preludio alla doppietta Il timido ubriaco e Il solito sesso, due pezzi che in comune hanno l’assoluto talento nella scrittura di Gazzè e il fatto di essere stati presentati proprio a Sanremo (edizioni 2000 e 2008). Nella sua straordinaria versatilità il cantautore romano è sempre stato allo stesso tempo il perfetto prodotto pop melodico sanremese – orecchiabile e intelligente – e quanto di più lontano possa esistere dall’Ariston per background e allergia al mainstream.

La scaletta prosegue con un paio di brani dell’ultima fatica in studio, l’ottimo Maximilian, uscito lo scorso 30 ottobre. Perfetta la sintesi tra il nuovo che piace (Ti sembra normale, Sul fiume, Nulla) col vecchio che fa impazzire (Su un ciliegio esterno, Cara Valentina, La favola di Adamo ed Eva). C’è traccia di ciascun album della sua carriera, come un piccolo auto-omaggio a ogni tappa artistica. L’uomo più furbo è un inno cantato all’unisono, un attimo prima di una versione solista de L’amore non esiste, singolo trascinatore del bellissimo Il padrone della festa, l’album a sei mani con Niccolò Fabi e Daniele Silvestri, colleghi e amici di una vita, “compagni di merende e bevute”, come li presenta Gazzè introducendo la canzone. Sulle note di Mentre dormi (tormentone colonna sonora di Basilicata coast to coast che gli valse un David di Donatello) e La vita com’è si scatena una specie di dance hall che forse più di tutto descrive la doppia natura insita in Gazzè: ballate ispiratissime come il miglior Battisti e una vocazione per forza di cose internazionale, vista l’infanzia vissuta a Bruxelles.

La band esce e nel buio del palco lo schermo illumina il numero 1996. Dopo un paio di minuti di attesa l’enigma è svelato: quattro canzoni, una dietro l’altra, tratte dal suo primo album, Contro un’onda del mare, uscito appunto 20 anni fa. Alcuni di questi brani, come L’eremita, non venivano suonati da circa 18 anni e un emozionato Gazzè spiega quanto questo significhi per lui. Dopo la parentesi amarcord il gran finale che fa saltare ancora tutti con Vento d’estate, la tagliente Sotto casa con tanto di figurante vestito da cardinale e Una musica può fare, ancora un brano figlio di Sanremo. L’ultima nota suona alle due ore piene di concerto, tiratissime e quasi impeccabili. Le migliaia di sorrisi che escono dall’Alcatraz, come un mantello, hanno il potere di fermare anche la pioggia mentre canticchiano “lililli, lalalla”.

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