Un concerto tutto pogo e passione quello dei Ministri a Postepay Sound Rock In Roma

foto-concerto-ministri-roma-29-luglio-2016
di Arianna Galati
Foto di Roberto Panucci

Roma, Ippodromo delle Capannelle, 29 luglio 2016. È la sera del penultimo concerto di Postepay Sound Rock In Roma e a salire sul palco tocca ai Ministri, ormai debitamente consacrati al grande pubblico dal loro ultimo lavoro Cultura Generale. È uno scettro che si sono meritati ampiamente, e i tre milanesi se lo prendono con convinzione, rabbia e umiltà.

Ad aprire alle 20.50 ci sono i Selton, gruppo italobrasiliano che sul palco porta un divertente e divertito mix di ritmi rockeggianti anni sessanta su basi popolari («guarda che il Brasile non è solo samba e bossa nova, siamo tante cose insieme» spiega il cantante, e dagli torto) e testi in tre lingue. Sono allegri, fanno ballare e al tempo stesso sono lontani chilometri dalla classica musica latina che invade le estati. Sono una promessa che ha molta leggerezza “buona” e intelligenza da regalare.

Alle 22.10 una serie di colpi alla batteria annuncia l’arrivo de I Ministri che aprono con Mammut e Comunque, dal disco Per un passato migliore, due brani che sembrano fatti apposta per far capire al pubblico che non siamo qui a molleggiare lentamente, ma a sudare, pogare, sentirci sempre più vivi. Ed eccola puntuale Idioti, introdotta da poche parole schiette di Federico Dragogna contro chi vuole ridurre la musica a rumore e basta. «Sono io quello normale» urla nel microfono Divi, e assieme a lui ci sono le voci di chi dal pubblico non ci sta più.

Se in Italia adesso si deve dare un nome in grado di far sperare ancora nella buona musica, possiamo fare affidamento su I Ministri. Il trio milanese, aiutato sul palco dal quarto elemento (un’altra chitarra) e senza eccessi di struttura, ha la capacità di aprire degli squarci di intensità grazie a ballad sostenute e purissime come Sabotaggi, o la poesia struggente di Una palude, forse una delle canzoni d’amore più intense scritte dal trio milanese, fino a scivolare nella descrizione dell’inadeguatezza in un testo come quello de Gli alberi.

Musicalmente la cura del produttore degli Strokes ha fatto benissimo a I Ministri, che hanno irrobustito il loro rock muscoloso e ruvido, in grado di emozionare e pompare nella parte bassa del ventre: ormai sono i re della solidità e della concretezza. Fanno stare bene senza troppe domande, I Ministri: si allargano a spallate, prendono per mano e trascinano senza mezzi termini come dentro un ballo sudato e stropicciato, da pogo sottopalco, di code tirate all’infinito come quella di Spingere nella quale entra quasi tutto il pubblico accorso a Capannelle, non numeroso ma caldissimo per il gruppo.

 «Roma, fatevi un applauso» chiama Divi dal palco. «Tutto cominciò nel lontano 2006 all’incirca così» incita, attaccando Non mi conviene puntare in alto. Dopo dieci anni, le basse aspettative hanno dato ragione alla band milanese: hanno superato ampiamente l’alto che nemmeno si prefissavano. Sono compatti, energici, emozionali e bravissimi musicisti, legati ad un concetto di rock in grado di coinvolgere il corpo come poche altre band. Lo dimostrano i fan sudati sottopalco, le speranze di non perdere i cellulari «speriamo di ridarvi tutto in tossine e sudore, perché la Siae ci paga a caso e le radio che ci passano saranno quattro in tutto…» annuncia il chitarrista lanciando Noi fuori.

Una breve pausa pre-bis per riaccordare gli strumenti, e I Ministri tornano in breve chiave acustica con La piazza, con Divi potentissimo nel suo grido «Fa che non parli di me» strozzato e ripetuto. Gli ultimi pezzi sono a jack ricollegati e sudore in grande traspirazione, in un gran finale che mostra una band davvero in ottima forma. Non possiamo che ringraziare I Ministri che, con un certo nichilismo, riescono a farci sperare nel meglio.

Le foto del concerto

Commenti

Commenti

Condivisioni