La musica dei Mumford&Sons arriva a chiunque e quando succede è una festa

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di Umberto Scaramozzino
Foto di Francesco Prandoni

Milano, Assago Summer Arena, 4 luglio 2016. I Mumford&Sons non riescono a stare lontani dall’Italia e, dopo le indimenticabili date della scorsa estate a Verona, Roma e Pistoia, sono tornati nel nostro Paese per chiudere il loro tour mondiale prima del ritorno a casa.

Si è parlato tanto (forse anche troppo) del recente percorso dei londinesi guidati dal talentuoso Marcus. Tra un “La svolta rock dei Mumford” ed un preoccupato “Dov’è finito il banjo?”, non è stato facile per la band far capire al mondo che le proprie scelte non sono ponderate, studiate e atte a raggiungere questo o quell’obiettivo. Può sembrare strano – e certamente i più cinici si faranno una risata – ma i Mumford & Sons, pur essendo una delle band di maggior successo di questi ultimi dieci anni, sono totalmente svincolati da qualunque dinamica da music business.

Sono quelli che dopo solo due dischi abbandonano senza troppi pensieri la loro comfort zone, imbracciano le chitarre elettriche e si dicono: “Ehi, sai che c’è? Ora ci piacerebbe suonare così. Facciamolo”. Ovviamente quando al secondo album già arrivi al primo posto in classifica in quasi tutto il mondo, vinci il Grammy e ti ritrovi a filmare un live al Red Rocks, bene o male sai che la montagna l’hai scalata. Ma in quanti solitamente decidono di scendere a valle per tentare l’ascesa della vetta successiva?

Quest’anno ad Assago abbiamo ritrovato una Summer Arena più agghindata e più compatta, pronta ad abbracciare la folla del fulmineo sold out. La formazione britannica è salita sul palco e si è mostrata subito esplosiva, evidentemente intenzionata a regalare una serata da non dimenticare. Ben Lovett ha provato a dircelo, anche se non sa come tradurre “party” nella nostra lingua: quella di Milano più che una data di un tour è stata una festa. E i primi a voler festeggiare sono stati i Mumford, che stanno portando a compimento l’ennesimo giro del mondo che li ha arricchiti, tanto nelle tasche quanto nell’anima.

Sono partiti con Snake Eyes ed è bastata una manciata di secondi per trasformare parterre e tribuna in una moltitudine di mani alzate ad accompagnare le parole cantate a pieni polmoni. Il primo a mettersi in gioco è stato ovviamente Marcus Mumford, più attivo e sfrontato del solito, pronto a scherzare con i fan e con i roadie, lanciatissimo nell’ostentare un buffo italiano in cui l’unica frase completa è stata “i tuoi occhi splendono come la luna, ma le tue mani sono pelose”. Sembrava davvero una festa di fine anno dei tempi del liceo, quella dove anche gli integerrimi perdono i freni inibitori. Quindi quando già al secondo posto in setlist è arrivata Little Lion Man è parso normale che saltassero pure gli addetti alla security.

La scaletta è stata equamente ripartita tra i tre album della loro discografia: cinque pezzi per l’esordiente Sigh No More, sette Babel che li ha consacrati e altrettanti per l’elettrico Wilder Mind. E nonostante l’ultimo arrivato sia stato accolto con qualche smorfia di troppo da chi era attaccato a quell’immagine lignea e vintage con cui hanno raggiunto il successo, per la quarta volta – tanti sono stati i loro concerti in Italia – possiamo affermare e confermare senza alcun dubbio che ogni singolo brano di quel disco dal vivo funziona alla grande.

Dalla title-track a Tompkins Square Park, non c’è una canzone di Wilder Mind che non sia stata accompagnata da un potente sing-along. Questo non toglie che siano i pilastri dei primi due dischi, come The Cave e Lover Of The Light, a restare impressi nella memoria per impatto, per risposta del pubblico, per grinta della band, per sudore e corde vocali che vibrano fino a smuovere il terreno.

Winston Marshall e Ted Dwane sono in gran forma e hanno suonato come se da questo show dipendessero le loro carriere, ma sono stati Ben e Marcus a dominare la scena. Il frontman oltre a saltare dall’asta del microfono alla batteria senza eccessiva grazia, dovendo asciugarsi il sudore dal viso ad ogni buona occasione, ha deciso anche di farsi un giro per l’Arena, attraversando il parterre e andando a cantare in faccia ai suoi affezionati.
Ben, che proprio non ci sta a lasciare tutti i riflettori puntati sul suo leader, ha pensato di tessere concitate lodi al nostro Paese e alla nostra cultura (senza trascurare quella culinaria), per poi tirare fuori dal cilindro un duetto con uno dei nomi più rilevanti di casa nostra: il pianista Ludovico Einaudi. Insieme hanno dato vita alla più emozionante intro che Dust Bowl Dance possa avere, conducendo la band verso la conclusione del primo set.
La pausa è stata breve e per l’encore è toccato a Hot Gates, seguita da un meraviglioso omaggio al Boss – vero re di Milano in questi giorni grazie ai due show di San Siro – con una toccante cover di I’m On Fire.

La chiusura è arrivata con l’eccezionale trittico formato da Babel, I Will Wait e The Wolf ed è davvero difficile pensare che le scelte di questa band, quelle fatte senza pensare troppo alle conseguenze, con il solo scopo di fare ciò che si vuole fare, possano portare a qualcosa di diverso da questo meritato successo. Perché la musica, ma soprattutto i concerti, dei Mumford & Sons possono arrivare a chiunque. Questo è quello che succede quando scrivi canzoni che dal vivo fanno saltare e ballare gli amici, fanno stringere forte gli innamorati, fanno cantare chi ama una certa musica, dal sapore antico. Questo è quello che succede quando una band si plasma da sola, invece di essere costruita a tavolino.

Clicca qui per guardare le foto del concerto.

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