La svolta dei Mumford & Sons dal vivo (ancora) non funziona

Mumford & Sons Pistoia 1 luglio 2015 recensione

Piazza del Duomo, Pistoia, 1 luglio 2015. «Andiamo». Lo dice Marcus Mumford, in italiano, mentre suona la prima nota di una delle ballate folk che hanno reso famoso lui e i suoi «figli». Ecco, il dubbio è proprio questo: i Mumford sappiamo da dove vengono ma c’è un po’ più di mistero sulla loro destinazione futura. E allora siamo sicuri che il gruppo britannico che ha dato nuova linfa alla musica folk sappia dove sta andando? Francamente il dubbio non viene sciolto nel corso della serata inaugurale della 36esima edizione del Pistoia Blues Festival, mai così ricco di stelle in programma come quest’anno.

L’esibizione dei Mumford & Sons davanti agli oltre 8mila entusiasti spettatori che hanno pacificamente invaso la splendida Piazza Duomo della cittadina toscana tocca picchi altissimi (soprattutto in corrispondenza dell’intensa interpretazione di Thistle & Weeds e di quella davvero coinvolgente di Lover of the Light), occasioni perse (una The Cave troppo lenta per appassionare le orde danzanti) e qualche momento di stanca, guarda caso in corrispondenza con alcuni (non tutti, chiariamo bene) brani dell’ultimo controverso album Wilder Mind.

Chissà, forse ancora dobbiamo assimilare la svolta elettrica della band londinese ma la sensazione che viene fuori da un live nel complesso comunque nettamente positivo è quello di una discontinuità a tratti fastidiosa. Ogni volta che banjo, violoncelli et similia vengono posati per lasciare spazio alle sole chitarre si passa da qualcosa, piaccia o meno, di unico a territori molto più convenzionali e battuti. L’entusiasmo dei fan si accende immediatamente per la magnificamente precoce I Will Wait, suonata subito dopo Snake Eyes tra i canti a squarciagola e i balli a perdifiato del pubblico. La doppietta con Babel è di quelle che lasciano il segno. Lo show, durato due ore abbondanti, è accompagnato dal continuo dialogo in italiano di Marcus che si cimenta con discreto successo con la nostra lingua, anche se alla fine ricorre a due traduttori improvvisati pescati dal pubblico e fatti salire sul palco per farci sentire che siamo «il pubblico più passionale del mondo». E di passione ce n’è parecchia quando risuonano le note di Roll Away Your Stone, Believe e The Cave, anche se quest’ultima, come detto, subisca uno stacco di tempo troppo lento.

Dopo aver dato spazio all’intimità di due brani acustici con la sola voce e chitarra di Marcus a prendersi la scena, Lover of the Light chiude la scaletta in maniera egregia prima dell’intensa rentrée. La gente non vede l’ora di ballare e non appena sente le note conosciute in Sigh no More e Babel si scatena in una collettiva, trascinante, espressione di pura gioia. Ma forse, senza i seppur egregi intervalli elettrici, tutto il resto ce lo si godrebbe di più. «Andiamo». Ora vedremo dove.

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