I Muse regalano a Roma una notte di pura energia

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di Cinzia Franceschini
Foto di Roberto Panucci

Ippodromo delle Capannelle, Roma, 18 luglio 2015. Alla fine restano polvere ed energia. La polvere è quella sollevata dagli oltre 40mila fan che ieri notte erano all’Ippodromo delle Capannelle di Roma per l’unica data italiana dei Muse, sold out da mesi. L’energia è quella dell’esibizione del gruppo britannico. Pochissime parole – giusto qualche «grazie mille» detto in italiano dal frontman Matthew Bellamy. Spazio completo alla musica. Quasi due ore di concerto durante le quali i Muse danno il massimo, ricambiati da un pubblico con il quale c’è sintonia perfetta.

Lo show comincia alle 22 in punto, mezz’ora dopo la bella esibizione del gruppo spalla, i Nothing But Thieves. Apre il concerto Psycho, brano tratto dall’ultimo album Drones, uscito all’inizio di giugno. Sui grandi schermi grafiche in bianco e nero alternano immagini del concerto e scenari da videogame. Seguono Supermassive Black Hole, canzone del 2006, e The Handler, anche questa da Drones, accompagnata dalle immagini di una grottesca Alice nel Paese delle Meraviglie. Bellamy si lancia in un assolo di chitarra elettrica. Non sarà l’unico della serata. E anche Dominic Howard e Chris Wolstenholme, rispettivamente alla batteria e al basso, si prenderanno diversi momenti da protagonisti sul palco.

Plug In Baby, il quarto brano della serata, è introdotto da un divertente dialogo tra la chitarra di Matthew Bellamy e il pubblico italiano. La complicità si sente e Bellamy può permettersi di non cantare i ritornelli della canzone tratta da Origin of Symmetry: le voci dei fan sono così forti da riempire l’intero prato. Poi Matt aspetta il silenzio assoluto e solo allora fa partire Dead Inside, brano di apertura di Drones, che dal vivo fa sentire tutta la sua forza. L’energia aumenta ancora con due classici: Uprising e Hysteria, che si conclude con un potente assolo di batteria.

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Il concerto continua con altri successi degli album passati: Apocalypse Please, Supremacy e Time Is Running Out. Tocca poi a Drones, canzone che dà il nome all’ultimo album, chiudere la prima parte del concerto. Prima che termini la musica vengono lanciati degli enormi palloni ad aria neri, che con le luci assumono dei riflessi argento e fluttuano nell’aria calda di Roma come creature provenienti da un altro mondo. Sul palco, intanto, va in scena il gesto rock per eccellenza: sulle ultime note di Reapers Matthew Bellamy scaglia la chitarra elettrica su una delle casse facendola cadere a terra. E se ne va dietro le quinte per una pausa insieme al resto della band.

I Muse tornano in scena pochi minuti dopo per le ultime tre canzoni: Madness, dell’album The 2nd Law. Mercy, che arriva direttamente da Drones, e Knights Of Cydonia, da Black Holes And Revelations. Quest’ultimo brano è forse il più divertente della serata. È ormai mezzanotte, ma tra i fan la voglia di saltare al ritmo Spaghetti Western in chiave Muse c’è ancora. Poi Bellamy e Wolstenholme lasciano a terra gli strumenti, Howard lascia la batteria e, insieme, salutano il pubblico sotto una pioggia di applausi. «Grazie mille», ripete ancora una volta Bellamy. Non dice di più, ma la sua espressione lascia intendere che anche per lui la data romana del tour è stata un grande successo.

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