My Bloody Valentine a Bologna, pubblico felice di tapparsi le orecchie

recensione concerto my bloody valentine bologna 27 maggio 2013

I My Bloody Valentine, famosi per infrangere ogni limite di decibel, hanno suonato ieri a Bologna e saranno domani a Roma con la loro performance tra noise e prichedelia. La nostra recensione dell’evento.

recensione concerto my bloody valentine bologna 27 maggio 2013

Estragon, Bologna, 27 maggio 2013. Il concerto dei My Bloody Valentine è giù un evento di per se. Sarà che la band ha pubblicato un nuovo disco,  m b v, dopo 23 anni da quella pietra miliare che è Loveless, sarà che finalmente sono dal vivo in Italia dopo la performance al Primavera Sound Festival di pochi giorni fa, ma quello della band irlandese è un ritorno che nessun nostalgico degli anni ’90 può perdersi. Il pubblico è vivace ma attento, i più previdenti si sono muniti di tappi per le orecchie, e il futuro prossimo gli darà ragione. Sul palco, pile di amplificatori, accatastati come se fosse un magazzino, già danno un’idea di cosa accadrà.

La band sale sul palco senza tensione e si posiziona in maniera disordinata e discreta, mentre il pubblico già applaude. Un momento di silenzio mentre Colm O’Ciosoig batte i quattro quarti con le bacchette e poi veniamo investiti in pieno dal muro di suono di I Only Said. I suoni effettatissimi delle chitarre si mischiano insieme creando un’unica pasta sonora, la batterie tiene il tutto ancorato a terra, mentre la voce e gli inserti melodici sono a malapena udibili, annegati nel mare di disotrsioni. Il volume generale è alto, ma non quanto temevo. Un megaproiettore trasmette su tutto il palco (band compresa) immagini astratte, che si muovono rapidamente e contribuiscono a portare gli spettatori in una sorta di universo parallelo. Il terzo pezzo è New You, estratto dall’ultimo lavoro, durante il quale il visual cita espressamente 2001:Odissea nello spazio e in particolar modo il celebre occhio di HAL. Saranno solo tre i brani dall’ultimo lavoro, privilegiando Isn’t Anything, Loveless e in particolar modo l’EP del 1988 You Made Me Realise. Sul palco la band tiene fede al nome di quel genere che hanno contribuito a fondare; se è vero che lo shoegaze si chiama così per la tendenza dei musicisti a “guardarsi le scarpe” per gestire la grande mole di effetti e pedali, i My Bloody Valentine confermano il tutto con lo sguardo sempre fisso sui loro piedi. Quasi sempre immobili si limitano a suonare e, tra una canzone e l’altra, in una sola occasione la cantante e chitarrista Bilinda Butcher, prova a dire qualche confusa parola al pubblico ma nessuno capisce esattamente cosa. Non importa, la gente presente è ricettiva e si lascia andare nel flusso di suoni riverberati come in trance, godendosi le immagini che velocemente si alternano sullo sfondo. Only Shallow, Nothing Much To Lose, i suoni sognanti di To Here Knows When, si susseguono, puntualmente accolte con entusiasmo.

Verso la fine il riff metal di Feed Me With Your Kiss, fa registrare un discreto aumento di volume e per il gran finale la band si lascia andare: nell’intermezzo di You Made Me Realise la vena noise prevale abbondantemente e per qualche minuto dagli amplificatori non esce altro che rumore ritmico. Il fonico, che già sa cosa sta per succedere, si copre le orecchie con cuffie isolanti, e tra il pubblico molti si proteggono i timpani con le dita. Quando, dopo alcuni interminabili minuti, ci stiamo rassegnando all’idea che forse potrebbero andare avanti per sempre, la canzone si ricompone sulla melodia del ritornello, e noi tiriamo un sospiro di sollievo. Non c’è provocazione nel rumore dei My Bloody Valentine ma un’ostinata ricerca sonora che si spinge oltre i normali canoni. I ritmi quasi drum’n’bass e ossessivi della conclusiva Wonder 2, anche lei dall’ultimo album, a questo punto sono una passeggiata e mentre la base sfuma velocemente la band abbandona gli strumenti e il palco. Giusto Kevin Shields si trattiene qualche secondo per saluti e ringraziamenti, felice dell’accoglienza che è stata riservata alla sua creatura.

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