I Negrita in acustico a Bologna, una bellissima scusa per dichiarare il loro amore

Negrita Bologna 21 novembre 2013 recensione

Il concerto unplugged dei Negrita a Bologna è un’ occasione per la band di dimostrare l’amore verso le proprie canzoni. La recensione. (Foto di Roberto Panucci)

Teatro Manzoni, Bologna, 21 novembre 2013. Diciamolo subito, per i Negrita, quella dell’unplugged, è una scusa. Non perché il loro repertorio, rimaneggiato a dovere, non meriti l’attenzione dei nuovi arrangiamenti – in verità molto riusciti – o perché il teatro non sia un luogo consono per ospitare i ragazzi toscani. Lo spettacolo è in tutto e per tutto ottimo, a iniziare dalla bella scenografia con tappeti e tavolini che trasmette subito intimità, fino ai giochi di luce, che nei momenti migliori (Bum Bum Bum, Splendido) basterebbero da soli a emozionare. Non è neanche un discorso puramente di forma perché, anche se è vero che gli strumenti sono amplificati e quindi non si potrebbe parlare tecnicamente di “set acustico”, tutto è teso vero il ritorno all’anima dei pezzi. E anche se la veste è ben poco minimale, quella che emerge è comunque la vera natura della musica dei Negrita.

Dico che è una scusa perché tutti, sia sul palco che sotto, un po’ soffrono la “dimensione teatro”. Per tutta la prima parte si tiene il freno a mano tirato: si apprezzano gli arrangiamenti dei pezzi, si assaporano le atmosfere inedite di Malavida in Buenos Aires (dichiaratamente ispirata a Django Reinhardt), il ritorno al blues dei brani del primo album Cambio e Bum Bum Bum, o l’approccio più essenziale di Ho imparato a sognare… Ma il pubblico sta a fatica sui seggiolini, per quanto ci provi e apprezzi lo show, la pancia gli dice di fare altro e non aspetta che un’occasione per alzarsi e dimostrare fisicamente il proprio entusiasmo. Succede sul ritornello di Sale, Pau si fa trascinare dal ritmo e scatta in piedi: è il segnale. Tutti in platea si alzano e non si siederanno più. E non si può certo dire che la cosa dispiaccia alla band. Da quel momento il frontman si lascia andare e il repertorio si sposta su canzoni più ritmate, come la versione reggae di Rotolando verso Sud, dove anche Mac e Drigo non riescono proprio a stare fermi sulle seggiole e si alzano per sfogare tutta l’energia finora contenuta. E allora l’unplugged è una bellissima scusa per riprendere in mano i vecchi pezzi, rimaneggiarli e ritrovare tutto l’entusiasmo di quando sono stati composti, una scusa per dimostrare un modo diverso quanto i Negrita amino le loro canzoni, e più le amano più le stravolgono.

Vale la pena spendere due parole sul teatro. Anche se il concerto in parte ne sovverte le regole e le consuetudini, è bellissimo vedere come la band riesca a trasformarlo in uno spazio intimo e personale, o vedere come le maschere si facciano in quattro per ricordare al pubblico che non può fotografare, cosa ben strana per chi è abituato ai club. E, ultimo ma non ultimo, l’acustica meravigliosa del teatro permette di cogliere ogni singola sfumatura dei nuovi arrangiamenti con una qualità di suono impensabile per qualsiasi altro locale. Visto che di musica stiamo parlando, è giusto gioire anche di questo.

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