Negrita a Milano, anche se a teatro è pur sempre rock

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Il Teatri Tour 2013 dei Negrita è sbarcato a Milano, al Teatro Nazionale, la sera del 21 ottobre. Grande serata per la band aretina: leggi la recensione del concerto. (foto di Francesco Prandoni)

Milano, Teatro Nazionale, 21 ottobre 2013. Chiariamoci in partenza. Sono un fan assoluto dei concerti a teatro, specialmente se acustici – sarà forse perchè sono cresciuto negli anni Novanta, quando gli adolescenti in televisione guardavano MTV Unplugged invece di X-Factor – e sono un estimatore dei Negrita. In più, avevo già seguito una data della prima tranche del loro tour teatrale e ne ero rimasto decisamente soddisfatto. Insomma, era davvero difficile che la serata al Nazionale (gremito al punto che il sottoscritto si è dovuto guardare il concerto in piedi, e spero che a qualcuno fischino le orecchie) prendesse una piega diversa da quello che mi aspettavo. E infatti mi sono divertito parecchio. Come me, tutti i presenti. Entusiasmo abbestia, direbbero loro (e tutti i toscani).

Sei mesi dopo il concerto agli Arcimboldi, che aveva chiuso la parte invernale del Teatri Tour 2013, Pau, Mac e Drigo sono ancora a Milano. Una città che su di loro, dopo il sold out al Forum del febbraio 2012, fa sempre splendere il sole, anche quando il cielo è grigio e una pioggia quasi impalpabile bagna le strade. L’inizio mi sorprende. Vai ragazzo vai e Ho imparato a sognare aprono le danze con grande eleganza, chiarendo la prospettiva della serata: si comincia piano e si finisce fortissimo – una scelta senza dubbio vincente, ma non per questo facile. Dopo l’avvio morbido arrivano Bum Bum Bum e Cambio, arriva il blues, cioè il genere musicale che ha fortemente influenzato la prima fase della carriera degli aretini. «Glielo dicevo io a Drigo che quello era l’Arno e non il Mississipi – ha raccontato un Pau in forma davvero smagliante – ma lui niente!». Se c’è una cosa di cui mi sono accorto durante il concerto, è l’estrema disinvoltura con cui i Negrita passano da un genere all’altro, dal rock al pop, dal blues al jazz manouche – con tanto di omaggio al grande Django Reinhardt. Credetemi, con questa scioltezza, non è roba per tutti.

Le canzoni degli ultimi tre album – più il singolone radiofonico La tua canzone – sono quelle che registrano i picchi più alti di convolgimento del pubblico (la scaletta è diversa da quella della prima data, a Rieti, solo nell’ordine delle canzoni). È inevitabile: la maturità compositiva mostrata dai Negrita dal 2005 in poi straccia senza appello l’istintività dei primi lavori, che pure restano un ottimo background. Ma il pubblico, per 3/4 di concerto seduto e composto seppure sempre partecipe, non può fare a meno di alzarsi e ballare sulle note di un brano come Radio Conga. L’ultima parte assomiglia più a un concerto elettrico che a un live acustico a teatro. Nonostante i timidi tentativi con cui Pau ha tentato di riportare il pubblico ai propri posti («Ragazzi, abbiamo un patto coi Vigili del fuoco, non ne volete proprio sapere di sedervi eh?», e non ho ancora capito se stesse scherzando), ormai lo schema è saltato. Ed è bello e giusto così. In fondo, nei teatri o nei palazzetti, con le chitarre elettriche o acustiche, l’approccio dei Negrita alla musica è pur sempre rock. E il rock è una questione di istinto. E all’istinto non si comanda.

@DanieleSalomone

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