I concerti dei Negrita sono fatti di muscoli, distorsioni, cuore e verità. Rock, nudo e crudo

Negrita Milano 6 marzo 2016 recensione
di Silvia Marchetti
Foto di Francesco Prandoni

Alcatraz, Milano, 6 marzo 2016. Questi sanno suonare, ma suonare davvero. Ne ho viste e sentite di band dal vivo, dalle cantine più disastrate di provincia ai grandi palchi d’Europa. Ma, signori miei, credetemi: gente che sappia graffiare come i Negrita si conta sul palmo di una mano. Non che ce ne fosse bisogno, ma il concerto all’Alcatraz di Milano è stata l’ennesima prova, la conferma delle conferme, che Pau e soci sono ad oggi (ancora) una delle rock band più importanti, influenti e fisiche del panorama italiano. Merito di tanta gavetta, di musica, sudore e sacrifici. Di notti toscane, emiliane, laziali in giro con un’auto disastrata, a suonare per due soldi in locali e club ancor più disastrati. A consumare le corde vocali e quelle di una chitarra, a scaricare la rabbia su una batteria, a ruggire come leoni affamati di vita nelle notti di anni complicati ma felici, gli Ottanta. Fino al grande successo, che per i Negrita è arrivato 25 anni fa. “Una rock band deve soffrire altrimenti suona di merda – spiega Pau sul palco dell’Alcatraz – La nostra è stata una gavetta etrusca, che vi raccontiamo questa sera, a Milano, e in questo tour speciale nei club”. Un ritorno alle origini per i Negrita, un tuffo nel passato, alla riscoperta del rock che ha forgiato le loro ossa e la loro anima ribelle.

Due ore di concerto, ennesima data sold out, pubblico caldo e impaziente di riabbracciare la band dopo 12 anni di assenza dall’Alcatraz. Un tour nei club ci voleva proprio, perché solo in posti del genere puoi essere veramente te stesso, entrare in contatto con le persone, scambiare sguardi d’intesa, lacrime e sudore con le prime file, suonare sporco e cantare come se fosse l’ultimo concerto della tua vita. Ventiquattro canzoni in scaletta, pochi i pezzi recenti, molte perle appartengono agli anni Novanta e agli inizi del Duemila. Ballad? Pezzi romantici? No, grazie. All’Alcatraz si fa sul serio, si picchia duro e si sputa rock per lasciare un segno indelebile. “Avete intenzioni bellicose stasera”, esordisce Pau rivolgendosi al suo pubblico. Ed ecco che partono Hei Negrita, War e Negativo, mentre ragazzini e quarantenni dimenticano le rispettive età e cominciano a ballare e a saltare come indemoniati. Pugni al cielo, le chitarre si infiammano. “Con Milano abbiamo da sempre un rapporto speciale. Per questo vi dedichiamo In ogni atomo”, dichiara il leader dei Negrita. Gli applausi non si sprecano, l’intesa tra band e pubblico è perfetta. Anche questo è avere talento. È saper tenere il palco, conquistare la fiducia di vecchi e nuovi fan semplicemente facendo, con verità, rispetto e passione, ciò che si ama: rock, nudo e crudo.

È tempo di fare l’ennesimo tuffo nel passato dei Negrita e di suonare Militare, ancor più ruvida e spettacolare di quanto la ricordassi. “Ogni volta che accendo la radio becco soltanto musica di plastica” – confessa, sconsolato, Pau, tra un brano e l’altro. Ha ragione da vendere: sono sempre meno, purtroppo, gli artisti italiani che hanno il coraggio, e la possibilità, di dire la loro e di proporre qualcosa di nuovo, di originale, sia a livello musicale che testuale. Ormai le canzoni, gli album, le carriere sono preconfezionate. Tutto, o quasi, è deciso ai piani alti, a tavolino, tra un passaggio a un talent e una comparsata in televisione o sul web. Il pop la fa da padrone. Il resto, ciò che rimane della musica, in particolare del rock di casa nostra, si accontenta di esistere anche se nell’ombra, orgoglioso però della propria coerenza e sincerità. “Tutto questo noi lo descriviamo in 1992, al grido di Nessuna certezza, nessuna promessa!”, urla Pau ai suoi. Ma c’è ancora tanto da raccontare in questa notte magica all’Alcatraz. Sul palco i Negrita non si risparmiano, tra assoli di chitarra (pazzeschi sulle note di Poser), energia che infiamma il palco e lo accende di rosso come fosse un girone dell’Inferno (accade con Fuori controllo). Tocca poi alla più recente Il gioco, singolo che ha lanciato 9, l’ultimo album in studio della band aretina; ci fermiamo a riflettere con I tempi cambiano (“ma, vuoi o non vuoi, i Negrita sono ancora qua”, grida con un pizzico di orgoglio Pau).

Dopo l’ipnotica Bambole, la temperatura dentro all’Alcatraz di Milano sale vertiginosamente e veniamo catapultati a Hollywood, con un intro magico, le luci blu, la voce di Pau che si fa sempre più calda e avvolgente. Si leva il coro malinconico: “qui non è Hollywood…qui non è Hollywood”. Sulle note di questo vecchio brano, termina il primo round di un concerto che promette di regalare ancora tante emozioni. È il Whiskey time. Pausa sigaretta, prima di immergersi nella seconda parte del live, fatta di suoni diversi, di sapori più latineggianti e seducenti. Arrivano, una dopo l’altra, Radio Conga e Rotolando verso sud, si balla con i ritmi caldi del Salento di Soy taranta, per volare a Montevideo, con Alzati Teresa. Non mancano i lupi mannari del rock di Ululaallaluna, per tornare nuovamente a casa nostra, in una Italia “stremata, bistrattata, violentata da chi non la ama” – denuncia Pau – “Non voglio fare comizi sulla società e sulla politica di oggi. Però ogni mattina abbiamo sotto gli occhi un panorama terribile. E, quando hai un figlio, certe cose ti vengono in mente”. E il momento di Salvation, dedicata con polemica al nostro Paese. Il gran finale del concerto dei Negrita in quel di Milano è, invece, tutto da ballare, mero divertimento: dopo la dolcezza di Ho imparato a sognare, si salta all’unisono con A modo mio, Cambio, ci si ubriaca di rock con l’adrenalinica Transalcolico. Energia pura che trasuda dal palco. L’ultimo ruggito di Pau è per la canzone più attesa della serata: Mama Maè, a chiudere un live viscerale, fatto di muscoli, distorsioni, cuore e verità. E l’augurio di tutti noi, presenti e non all’Alcatraz, è uno solo: più Negrita e rock per tutti, meno musica di plastica.

Clicca qui per guardare le foto del concerto.

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