Grande, eterno Neil Young a Barolo: in concerto per la terra e contro la guerra

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Un immenso Neil Young torna in Italia per l’unica data 2014 di Barolo (Cuneo). Ecco la recensione dell’ipnotico concerto del 21 luglio.

Collisioni Festival, Barolo (Cuneo), 21 luglio 2014. Le Langhe, per una notte, sembrano Woodstock. La pioggia, le macchine ingolfate nel fango, l’odore della terra, l’inconfondibile voce nasale di Neil Young e l’ipnosi di chitarre elettriche suonate sotto il cielo stellato. Il cantautore canadese ha scelto Barolo per l’unica data italiana del suo Alchemy Tour. Una location unica, un paese incastonato nelle vigne, scenario familiare per il rocker che vive in un ranch a due passi dalla Napa Valley californiana.

Gli organizzatori del Festival Collisioni hanno ribattezzato l’edizione 2014 Harvest, come l’osannato disco di Young del 1972. E il “raccolto”, anche quest’anno, è stato eccezionale. Piazza Colbert, piena all’inverosimile dal pomeriggio, ha atteso con pazienza l’evento conclusivo di questa quattro giorni di musica, letteratura e vino. La serata è stata aperta dalla cantautrice Thony, giovane e interessante artista palermitana a metà strada tra Cat Power e Pj Harvey. Poi, calato il sole, sul megaschermo è apparso il logo dell’indiano a cavallo e i Crazy Horse hanno fatto il loro ingresso sul palco. L’assolo di chitarra di Love and Only Love spezza il fiato dei 12mila fortunati che si sono accaparrati il biglietto per una data sold out da mesi.

Guarda le foto del concerto di Neil Young a Collisioni Festival.

Neil Young entra in scena senza sorridere. Non cambierà espressione in tutto il concerto. Cappello in testa, per una volta ha lasciato in camerino la camicia di flanella optando per una t-shirt nera con scritto «Earth». È il preludio di una scaletta essenziale, 14 canzoni appena, che in realtà sono altrettante cavalcate. Dieci, quindici minuti ciascuna. La perfetta sintesi di folk elettrico diventa messaggio politico con una bella versione di Living With War. Young e soci non hanno dimenticato che quattro giorni fa avrebbero dovuto suonare a Tel Aviv ma hanno dovuto rinunciare a causa del conflitto. E non è un caso che poco dopo arrivi un altro inno generazionale contro la guerra: una magnifica cover della dylaniana Blowin’ in the wind cantata all’unisono da tutta la piazza.

Neil Young si ritaglia poi un frammento acustico e regala una Heart of Gold che scaraventa tutti indietro di 42 anni. Lui coi capelli lunghi, l’armonica e quella voce così straziante. Qualcuno nel pubblico piange. Non è un concerto per nostalgici, perché Young recupera gemme grezze del suo repertorio e tralascia volentieri le sue infinite hit. L’eccezione è una magniloquente Cortez the Killer, capolavoro del ’75, trascinata ben oltre i 7 minuti e mezzo della versione originale. C’è ancora spazio per una scatenata Rockin’ in the Free World, prima dell’unico bis. Dove tutti propongono i vecchi successi, Neil Young tira fuori dal cilindro una canzone nuova di zecca: Who’s Gonna Stand Up and Save the Earth. «Chi si alzerà in piedi per salvare la Terra?», si chiede il rocker ecologista. La cornice per fare questa domanda è perfetta.

Le Langhe salutano un’altra edizione di successo di uno dei Festival più innovativi d’Italia. Un modello in bilico tra la tradizione del territorio e la capacità di aprirsi al nuovo. Un esperimento in continua evoluzione, esattamente come Neil Young.

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