Niccolò Fabi è uno dei nostri cantautori più grandi, importanti e necessari

Niccolo Fabi Roma 22 maggio 2016 recensione
di Francesco Chini
Foto di Roberto Panucci

Auditorium Parco della Musica, Roma, 22 maggio 2016. Un libero scorrazzare con la fantasia sulle verdi praterie della copertina di Una somma di piccole cose. È senza dubbio questa la prima istantanea live che emerge dopo uno spettacolo della varietà e dell’energia di quello offerto da Niccolò Fabi nell’aria frizzante e ancora umida capitolina di questo 22 maggio. Un concerto in automatico equilibrio fra la presentazione del nuovo lavoro e classici immancabili, e nel mezzo una coinvolgente scarica ritmica a base di folk e funk (decisamente coerente in questo senso anche la scelta dell’opener, quel Fraser Anderson del cui nuovo Under The Cover Of Lightness si dice – a ragione – un gran bene), e riarrangiamenti figli di un lavoro di sala prove sudato quanto divertito.
Se per certi versi era forse la scelta più prevedibile, va detto che Niccolò ce ne aveva già offerto indizi piuttosto chiari quando, nella bella chiacchierata con Onstage, menzionava i compagni di viaggio scelti per questa nuova avventura live, ovvero Bianco e la sua band (la chitarra di Damir Nefat e la sezione ritmica composta da Matteo Giai al basso e Filippo Cornaglia alla batteria): musicisti nuovi, giovani, eppure già artefici di un percorso musicale del tutto personale ed energico. Ma soprattutto, c’era da scommettere che a fronte di un’ulteriore passo verso l’essenzialità come quello compiuto in studio, il live sarebbe stato ancora una volta il luogo della ricerca, dell’esperimento, del gioco, del ritmo.

And so it goes, dunque: Niccolò non perde tempo nel mettere al centro dell’attenzione, com’è giusto che sia, Una somma di piccole cose, riproducendone la tracklist in modo pressoché speculare (restano fuori solo Le cose non si mettono bene degli Hellosocrate e Le chiavi di casa, mentre Vince chi molla è lasciata allo splendido rush finale di cui fanno parte Una buona idea e Lontano da me, nel quale anche un Bianco, fino a quel momento nella veste di fondamentale gregario, ha di che prendersi la sua ribalta).

Ritmo e sudore di stampo folk e – sorpresa – perfino funk, dicevamo: se ne giovano soprattutto brani “insospettabili” su disco, come Facciamo finta e – soprattutto – Filosofia agricola, letteralmente traboccanti di groove. Lo stesso impatto pulsante di cui non mancano, prevedibilmente, classici attesissimi come Ostinatamente, Lasciarsi un giorno a Roma e gli unici due brani della scaletta che echeggiano il sodalizio più o meno recente coi compagni d’avventura Gazzè e Silvestri, Vento d’estate e Giovanni sulla terra. Una fetta consistente dello show, dunque, che fa dire, con relativa sorpresa ma nessuna esitazione, che in questo concerto si balla e perfino si salta con gusto, sorridendo inteneriti per la complicità evidente tra Niccolò, Bianco e la band, che si divertono come bambini.

Sul resto del concerto, invece, non c’è moltissimo da dire. Però è importante dirlo. Sì, perché il resto del concerto, invece, è empatia, comunicazione intima e ritualità e carisma. Il resto del concerto è una passeggiata in centro con un amico che prende per mano la platea accompagnandola piano e voce in una delle versioni più toccanti di sempre de Il negozio di antiquariato. Il resto del concerto è il contegno sorridente di una voce rugata dall’emozione in autentiche confessioni a cuore aperto come Ecco, È non è, Una mano sugli occhi. Il resto del concerto è l’attesa di poter cantare tutti insieme versi come quelli di Costruire, che recitano che “tutto il resto è giorno dopo giorno / E giorno dopo giorno è / Silenziosamente costruire / E costruire è potere e sapere / Rinunciare alla perfezione”. Il resto del concerto è un rito d’amore. Il resto del concerto è la testimonianza naturale di quel che Niccolò Fabi è divenuto: uno dei nostri cantautori più grandi, importanti e necessari.

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