Nick Cave non delude le aspettative, grande concerto con i Bad Seeds

Recensione Concerto Nick Cave and the Bad Seeds Milano 28 novembre 2013

L’attesissimo concerto di Nick Cave and The Bad Seeds a Milano non ha deluso le (alte) aspettative. Re Inchiostro è stato protagonista di un’interpretazione degna della sua fama. La recensione del live. (Foto di Francesco Prandoni)

Alcatraz, Milano, 28 novembre 2013. Me lo hanno ripetuto in molti: «Vai a vedere Nick Cave dal vivo, è un’esperienza». E non devono averlo detto solo a me, visto le aspettative non comuni per questo concerto – ne sono sintomo i bagarini che si sono spinti fino alla fermata della metropolitana per cercare biglietti da rivendere poi a prezzi spropositati. Quando c’è un tale livello di attesa, è molto facile rimanere delusi. Ma basta l’attacco della prima canzone We No Who U R per farmi capire che, in questo caso, non si corre il rischio. Ancora non ho trovato il posto giusto da cui guardare lo show che già mi ritrovo catapultato nel mondo di King Ink. Non c’è riscaldamento, si parte subito a pieno regime. Jubilee Street, anche lei dall’ultimo album Push The Sky Away, inizia soffusa su un arpeggio zoppo di chitarra e senza farsi notare scatena tutta la potenza dei Bad Seeds. Si continua su questo registro per Abattoir Blues e Red Right Hand.

L’intensità di Nicke Cave sul palco è davvero impressionante. Canta ogni parola con una voce che sembra venire direttamente dal centro della terra, ogni frase resta nell’aria per qualche secondo dopo che è stata pronunciata. Non sarebbe possibile raggiungere questo risultato con la sola tecnica, è la sua personalità che emerge, qualsiasi cosa faccia o canti. Quando siede al piano per God Is In The House e Love Letter arriva a sussurrare, e il pubblico si zittisce da solo, rapito. Non è da tutti ottenere un così religioso silenzio, che pochissimi artisti sanno usare in quel modo. Quasi ci sembra fuori luogo applaudire, per non disturbare quello che sta succedendo. La sua personalità emerge forte anche tra una canzone e l’altra quando si rivolge al pubblico («I fuckin’ love this song» riferito a The Weeping Song) o quando, beffardo, saluta i fotografi, come a dire «avete fatto il vostro lavoro, ora lasciare che io faccia il mio, lontano dai vostri obiettivi». La stessa cosa succede quando si rivolge al fonico; a giudicare dalla noncuranza con cui getta il microfono acceso a terra, non deve essere facile il lavoro del povero assistente di palco.

Higgs Boson Blues si dirama lentamente e riporta il concerto sui binari di quel blues storto che è il marchio di fabbrica di Cave. Ogni parola è detta come se fosse l’unica possibile (persino quando il testo nomina Hannah Montana), quando il protagonista della canzone chiede tra i sussurri «Can you feel my heartbeat?» ci sembra realmente di sentirlo, di vederlo vivere lì sul palco. Tutto questo non sarebbe possibile senza i Bad Seeds: Warren Ellis, nascosto dietro la barba e con l’archetto del violino infilato nel colletto della giacca come se fosse una faretra, è il direttore d’orchestra di una band che non ha bisogno di essere giustificata dalla presenza di Cave. Anche per loro la parola chiave è “intensità”, la stessa che gli permette un controllo del suono incredibile, trattenuto quanto basta, per poi esplodere fragoroso al momento giusto, come nella torbida Stang Lee. Una potenza tale che per un attimo ho creduto fosse scoppiato qualcosa nell’impianto. Il set principale si chiude con la canzone che dà il titolo all’ultimo disco, mentre il pubblico è sempre più rapito.

Dopo aver permesso alla platea di rumoreggiare un po’, We Real Cool riprende il discorso da dove si era interrotto, ma poco dopo è il momento di Deanna, un rock’n’roll scuro e rumoroso di scuola Lou Reed. Altri due pezzi, Do You Love Me? e Jack The Ripper per lasciare i Bad Seed a briglia sciolta, liberi di sfogare tutta l’ampiezza delle loro dinamiche, prima che King Ink saluti il pubblico che ormai pende irrimediabilmente dalle sue labbra. Ora capisco le ragioni di chi mi aveva raccomandato questo concerto: non c’è modo di capire la presenza di Nick Cave sul palco se non vedendolo coi propri occhi là sopra – fidatevi, anche i video non gli rendono giustizia. Il modo migliore per descrivere il live – e in questo mi unisco a quanto già detto dopo l’evento di Lucca – è raccomandarlo. «Andate a vederli dal vivo. Alla prima occasione, andate. Non ve ne pentirete».

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