Nicki Minaj non è solo una bambola siliconata

Nicki Minaj Milano 8 luglio 2015 recensione

Estathé Market Sound, Milano, 8 luglio 2015. Look da Barbie 2.0, temperamento da pantera e lingua tagliente. In tre parole Nicki Minaj. Classe 1982, cresciuta in una famiglia poco agiata del Queens, Onika Tanya Maraj (vero nome della cantante) è la rapper più discussa e in voga del momento. Dopo essersi fatta le ossa nella scena rap underground newyorkese – era capace di rappare con un’abilità e una cattiveria da fare invidia a molti suoi colleghi uomini, dicono – è stata scoperta da Lil Wayne nel 2007. In pochissimi anni e con soli 3 album alle spalle (l’ultimo, The Pinkprint, uscito lo scorso anno) è stata in grado di crearsi nel bene e nel male una carriera folgorante, diventando una delle artiste più richieste del momento. Inutile dire che con questa premesse, le aspettative per il suo primo concerto italiano sono alte.

Tra gli special guest che hanno aperto la serata ci sono, tra gli altri, anche Rae Sremmurd e G-Eazy. A loro è toccato l’onore (e l’onere) di ingannare l’attesa dei fan che non-affollano l’Estathè Market Sound – non si va oltre le 3.000 presenze. Attesa che durerà fino alle 23.00 a causa di un piccolo inconveniente tecnico – si dice sempre così in questi casi. Quando la Minaj fa il suo ingresso sulle note di All Things Go è vestita in lungo, con generosissime trasparenze. Ad accompagnarla sul palco sei talentuosi ballerini, oltre ad alcuni musicisti. Si nota subito che la scenografia non è all’altezza di uno spettacolo di questo calibro.

La rapper americana si scusa con i presenti per il ritardo e dà inizio a uno show nel quale ci vorrà il tempo di qualche pezzo per iniziare a carburare. Si incomincia a fare sul serio con Feeling My Self, singolo che vede la partecipazione(in studio, non dal vivo) della collega Beyoncé. Nella prima parte del concerto Nicki dà sfogo alla sua anima più black e urban: i bassi si fanno pesanti e la sua lingua si destreggia bene tra versi taglienti e ritmi incalzanti. La ragazza ci sa fare.

I chiari e ripetuti riferimenti alla sessualità – ai limiti del soft porno – sono una costante per tutta la durata dello show, fino a raggiungere la massima espressione in Anaconda. Dopo una breve pausa e un cambio d’abito che ben mette in evidenza le forme da Venere preistorica della Minaj, si apre la seconda parte della serata che vira verso il pop, fino a sfociare nell’EDM.

E’ un tripudio di movimenti di bacino e improvvisate lezioni di twerking sulle note di Super Bass, Bang Bang, Turn Me On e Starships. Assolutamente da ricordare il momento nel quale Nicki, con la scusa di voler imparare qualche parola di italiano, chiama sul palco due fan per duettare e ballare con lei. Una vera e propria lezione su come si tiene il palco e si gestisce il pubblico: alcuni artisti, italiani e non, dovrebbero prendere spunto. In poco più di un’ora di show Nicki Minaj è stata in grado di dimostrare di che pasta è fatta: dietro quell’aspetto da bambola siliconata c’è della sostanza, eccome.

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