Nine Inch Nails a Bologna, la recensione del concerto dell’Unipol Arena

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I Nine Inch Nails sono tornati in Italia per un unico concerto svoltosi a Bologna. Ecco come Trent Reznor e compagni hanno conquistato ieri sera l’Unipol Arena. Foto di Mathias Marchioni.

Unipol Arena, Bologna, 3 giugno 2014. Appena il tempo di ripulire le scarpe dal fango del Rock in Idro, che ha albergato a Bologna per tre giornate offrendo una line-up di rock star da manuale, e un altro colosso raggiunge la città felsinea: Trent Reznor ha portato i suoi Nine Inch Nails all’Unipol Arena per l’unica tappa italiana di questo braccio del tour di reunion. Eppure, forse proprio la concentrazione dei grandi eventi ha sfavorito la partecipazione di massa all’arena, che ieri sera era ben lontana dalla sua capienza massima. “Pochi ma buoni”, recita il detto, ed effettivamente il boato che accoglie l’ingresso sul palco degli artisti lascia poco da invidiare a platee molto più ricche. Che il pubblico fosse comunque quello selezionato degli eventi di qualità lo si intuiva già dal numero sconcertante di magliette riportanti il logo della band e provenienti dai tour più disparati.

Il live è aperto dai bassi pulsanti di Me, I’m Not che riecheggiano nello spazio concavo dell’arena: non è tempo di presentazioni, si entra subito nel vivo con A Copy Of, dall’ultimo lavoro in studio, per fare il primo salto nel vuoto a piè pari. The Beginning of the End ha un titolo che sa di profezia: giù il telo che oscura la scena e l’esplosione di luci sul pubblico sancisce l’inizio dello spettacolo vero e proprio. Perché in fondo è di questo che si sta parlando, di uno spettacolo audio-visivo dove i due aspetti si compenetrano senza che nessuno dei due osi prendere il sopravvento sull’altro, in un’esperienza complessiva congegnata in modo magistrale e che pare rispondere al controllo di Reznor, come fosse un qualche strano ibrido tra tecnologia ed essere umano.

I quattro musicisti sul palco, neanche a dirlo, sono tutti di altissima levatura e in grado di destreggiarsi con maestria tra più strumenti, oltre a intervenire sulle parti vocali là dove il frontman, un po’ giù di voce, non riesce ad arrivare. Chi spicca e a tratti ruba davvero la scena a quel magnete umano di Trent Reznor è il batterista Ilan Rubin, a partire dall’intro di March of the Pigs, che si insinua con fin troppa facilità sotto la carne, tendendo i muscoli sino allo spasmo.
Il set attraversa tutta la discografia targata NIN ed è virtualmente suddiviso in una parte elettronica e una più classicamente rock, sebbene le due categorie si spalleggino per tutta la serata. Alcuni dei pezzi più vecchi vengono rinvigoriti dalla furia della nuova formazione, in una girandola di distorsioni, e mescolati a momenti riflessivi e nettamente più pacati dei lavori recenti, che si ritagliano un incavo nel cuore del concerto.

Nothing can stop me now”, canta Reznor con voce ferrea e sguardo da predatore, come se ci fosse ancora una qualche conferma da pretendere su quanto di buono la sua vena artistica abbia saputo elaborare e tirare fuori dal progetto Nine Inch Nails (e non solo) nell’ultimo quarto di secolo. E che nessuno lo fermi davvero!
Tra le ondate di violenza sonica di Piggy, Reptile e l’imprescindibile Closer, forse la composizione più celebre di Reznor, è il muro luminoso di Gave Up a togliere il fiato, piombando sugli spettatori con un effetto tridimensionale che aggiunge tasselli strabilianti in un mosaico che sarebbe già abbastanza variopinto e accecante. Il set è in continua trasformazione, sia visivamente, con i pannelli sullo sfondo in moto perpetuo a proiettare sagome e filmati, sia dal punto di vista sonoro, tra toni cupi e serpeggianti, assalti frontali di bassi e batteria e linee di synth subdole e potenti. The Great Destroyer culmina con un apocalittico duello alla tastiere, Eraser graffia mentre sopra le teste dei musicisti appare un cielo di nuvole grigie, tanto reali le immagini quanto più simili ad ologrammi loro. La tripletta delle favoritissime e sempre presenti Wish, The Hand That Feeds e Head Like a Hole è lo slancio finale, che manda il pubblico in visibilio in una rincorsa senza sosta.

Dopo l’uscita di scena, con gli occhi ancora sofferenti della violenza di luci stroboscopiche e laser, si riesce ancora a osservare l’apparizione nel vuoto del logo NIN: brucia quasi, è tridimensionale, piomba addosso e pochi istanti dopo (o forse minuti, nell’arena il tempo si è deformato) svanisce riconsegnando i quattro musicisti al palco, ciascuno con la sua chitarra, per The Day the World Went Away. Reznor, sino a quel momento avaro di chiacchiere, decide infine di prendere il microfono per fare un ringraziamento al pubblico italiano e per presentare i suoi compagni di avventura, il fidato Robin Finck alla chitarra, il già citato Ilan Rubin alla batteria e alle tastiere l’hometown guy Alessandro Cortini, che si guadagna l’applauso più caloroso del pubblico. Il finale è prevedibile, si aspetta solo Hurt, che squarcia il silenzio al riverbero della prima nota: il canto è unanime, sembra un rituale, intimo e collettivo, e guardandosi intorno l’emozione è tangibile. D’altro canto, sono pochi i concerti che possono vantare una conclusione tanto poetica.

Quando le luci si riaccendono, i volti sono ancora esterrefatti: un Reznor in gran forma ha mantenuto le promesse, regalando una performance aggressiva e graffiante, e l’ora e quaranta di set pare aver accontentato anche i fan più intransigenti. Adesso mancano solo la corsa alle navette e le scommesse su quando e come rivedremo l’ex Mr.Self Destruct nel nostro paese.

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