Nine Inch Nails sempre grandi: Trent Reznor strega ancora Milano

Nine Inch Nails Milano recensione

Dopo aver congelato la sua creatura per qualche anno, Trent Reznor ha riportato in vita i Nine Inch Nails, che si sono esibiti a Milano nella serata del 28 agosto – unica data italiana del 2013. Ecco la recensione del concerto. (Foto di Francesco Prandoni)

Trent Reznor aveva salutato Milano 4 anni fa in una sera di inizio estate. “Wave Goodbye”, recitava la locandina del tour “pre-hiatus” dei Nine Inch Nails. I motivi di questa pausa pianificata erano stati spiegati in maniera sincera e razionale dallo stesso Trent, e si basavano sul fatto che le prospettive nella vita cambiano con il passare del tempo: «All’età di 44 anni non sento più il bisogno di suonare live per un anno intero; preferisco trascorrere il mio tempo in maniera creativa piuttosto che starmene seduto su un tour bus che diventa un enorme salvadanaio». Nonostante gli ottimi feedback ottenuti con le colonne sonore e con gli How To Destroy Angels (band formata insieme alla moglie Mariqueen Maandig e al fido Atticus Ross), è quasi inutile sottolineare che quello che i fan stavano aspettando con ansia era la reunion dei NIN. Con un album che esce tra una manciata di giorni e un tour che è partito a fine luglio in Giappone, ecco che la band torna in Italia in un’unica data al Mediolanum Forum di Assago.

L’inizio è di quelli che non ti aspetti: pochi minuti dopo le 21, a luci ancora accese, Trent Reznor fa il suo ingresso sul palco, come se fosse un tecnico che deve testare la strumentazione. Zero fronzoli. Armeggia con un piccolo sintetizzatore dando vita all’arpeggio introduttivo di Copy Of A, e comincia a cantare da solo. A poco a poco la band (con i relativi strumenti) prende forma ai suoi fianchi; l’eclettica line-up è composta dal chitarrista Robin Finck, dal batterista Ilan Rubin, dal polistrumentista (nostro orgoglio) Alessandro Cortini e dal tastierista/bassista Josh Eustis (dei Telefon Tel Aviv). Adrian Belew (dei King Crimson) ha contribuito al nuovo disco Hesitation Marks, ma ha preferito non andare in tour; Eric Avery (il bassista dei Jane’s Addiction) ha mollato a maggio, così il basso alla fine lo imbraccia Eustis.

Solo dopo il secondo inciso – quando il livello dei decibel si appresta a salire – portano una chitarra al leader e le luci si spengono all’improvviso, facendo così risaltare nel buio le cinque ombre sui teli bianchi disposti dietro alla band. Dopo una versione “alterata” di Sanctified, si torna al presente con Come Back Hunted e il suono comincia a intensificarsi. Con la successiva 1.000.000 entra in scena la batteria vera (quella che abbiamo sentito finora era elettronica), e i giochi di luce si fanno seri; il binomio March Of The Pigs / Piggy è qualcosa di apocalittico, specialmente quando la marcia si ferma e riparte per la seconda volta, concludendo su una coda di una potenza inaudita. In fondo a Piggy assistiamo alla prima vera interazione di Reznor con il pubblico: cantando “Nothing can stop me now” si concede per qualche breve istante alla folla in delirio.

The Wretched è introdotta dal paio di minuti di piano solo di The Frail (esattamente come nel disco, The Fragile, del 1999), e qui l’headbanging lento e inesorabile diventa obbligatorio; Terrible Lie riavvolge ulteriormente il nastro fino al 1989, ai tempi dell’esordio Pretty Hate Machine – e il solo pensiero che questo pezzo sia stato scritto quasi un quarto di secolo fa deve fare riflettere su quanto la mente di Trent Reznor sia sempre stata avanti anni luce. Il flirt di fine millennio con David Bowie viene a galla con I’m Afraid Of Americans, brano del duca bianco che i Nine Inch Nails avevano prodotto e remixato. Subito dopo la band si nasconde dietro ai teli, dove luci rosse proiettano il volto (in questo caso da maniaco) di Trent che recita la strofa di Closer, inno tratto da The Downward Spiral che venne censurato dalla radio perchè troppo esplicito (una lezione che Marylin Manson ha imparato fin troppo bene).

Gave Up è frenetica e spietata, ma trova presto bilanciamento nell’andamento più rilassato di Me I’m Not (droga mista a poesia) e della fresca Find My Way; la parentesi lenta continua con la maestosa teatralità di The Warning, l’intensità cinematica di What If We Could (tratta dalla colonna sonora di The Girl With The Dragon Tattoo) e lo splendore decadente di The Way Out Is Through. Con Wish si torna al rock, e la successiva Survivalism tocca vette di cattiveria importanti. Il funk al rallentatore di The Good Soldier prepara invece al gran finale: le urla di Only, la cassa dritta di The Hand That Feeds e la vena darkwave della mitica Head Like A Hole – il primo singolo dei Nine Inch Nails a scalare le classifiche. Il rito della chiusura è affidato alla sempre toccante Hurt, che come una preghiera solenne accompagna il lento calare del sipario su un concerto memorabile per interpretazione, tecnica e spettacolarità.

Le prospettive con il passare del tempo cambiano, si è detto; ma nonostante le cinquanta primavere incombenti, Trent Reznor ha dato l’ennesima prova di come l’energia non sia per forza legata all’età – tutt’altro.

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