Noel Gallagher scaccia i (nostri) fantasmi e rimpianti per il passato

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di Pietro Pruneddu
Foto di Francesco Prandoni

Assago Summer Arena, Milano, 6 luglio 2015. L’assenza e il farsene una ragione. Se a un matrimonio non si invitano i propri parenti tutti lo noteranno, ma se la festa sarà sontuosa allora il giorno dopo si parlerà di quello, non di chi mancava. Noel Gallagher è decisamente lo sposo. Liam l’assente del quale si bisbiglia in continuazione. Noi gli invitati. Migliaia di piccoli nostalgici del britpop, della cassetta consumata di (What’s the Story) Morning Glory, delle magliette Umbro.

Le prime nozze son finite malissimo, c’è chi si lecca le ferite e chi è andato avanti. È uno sciame curioso quello che si è riversato il 6 luglio all’Assago Summer Arena per questa prima tappa estiva italiana di Noel Gallagher e dei suoi High Flying Birds, inseriti nel cartellone del Postepay Milano Summer Festival. Ci sono molte magliette dei compianti Oasis, tante Union Jack che sventolano, zanzare e un caldo appiccicoso. Lo nota anche Noel appena appare sul palco («It’s freezing here», commenta con la sua strepitosa e proverbiale ironia). Camicia in jeans blu d’ordinanza, un’enorme drappo nero con stampato l’acronimo NGHFB fa da sfondo a un allestimento scarno e minimale, in linea con l’artista Noel, quello che lasciava le intemperanze sul palco al fratello (ci risiamo, con l’assente).

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La presenza scenica di Noel non sarà mai quella di un frontman. Ma siccome stiamo probabilmente parlando del migliore compositore di canzoni degli ultimi 30 anni questo diventa un dettaglio. Scrivere belle canzoni con disarmante facilità è, da sempre, il suo dono. Lo faceva prima, lo fa adesso. Apre con (Stranded On) The Wrong Beach, fa decollare la serata con Everybody’s on the Run e Lock All The Doors prima di sparare il singolone In The Heat of the Moment che sta trainando il buon successo di vendite di Chasing Yesterday, secondo disco della nuova vita artistica di Mr. Gallagher. Qui arriva uno dei centellinati «grazie», con quel suo accento mancunian che ti fa sentire di colpo a Maine Road. Il primo tuffo nel passato è Fade Away (era la b-side del singolo Cigarettes & Alcohol, tratta dall’immortale album d’esordio Definitely Maybe). Si torna al presente con la bellissima Riverman, pezzo d’apertura del disco e impreziosita da un accompagnamento di sax (i fiati torneranno, apprezzabilmente, in diverse canzoni).

A metà concerto è il momento di ricordare a tutti che Tu hai fatto la Storia degli anni ’90. Champagne Supernova è un inno, la voce di Noel non fa rimpiangere chi l’ha cantata per quasi 15 anni (rieccoci, con quell’altro). E poco dopo arriva la seconda “riappropriazione” con quella perla inarrivabile che è Whatever. Io l’ho scritta, io ora me la canto, sembra voler dire Noel ai fantasmi. Qui parte per la prima volta un coro «Oasis, Oasis» e per la quindicesima volta «Who the fuck Are Man United?» (coro di scherno cantato di solito dai fan del Manchester City, la squadra dei fratelli Gallagher, ai cugini dello United). Perché, sarà Expo o sarà il cantante in questione, tra la folla è pieno di inglesi.

Prima dei bis c’è ancora spazio per Digsy’s Dinner, scelta per nulla banale, ancora 1994, ancora da Definitely Maybe. E poi If I had a Gun che anticipa un piccola pausa. Nella triade finale “The Chief Noel” si gioca due jolly Oasis intervallati dalla recente AKA. What a Life. Il primo è The Masterplan, che fu b-side di Wonderwall ed è da sempre una delle sue canzoni preferite. La chiusura è un desiderio collettivo realizzato, un regalo, l’unico finale possibile. Don’t Look Back in Anger è musicalmente una delle cose più perfette mai scritte. Noel ci avvertiva, anni fa, di non mettere la vita nelle mani di una band rock‘n’roll («Please don’t put your life in the hands / Of a Rock ‘n’ Roll band»). L’abbiamo fatto, ci siamo scottati. Ma stasera quel divorzio fa un po’ meno male.

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