La magia di Paolo Conte allontana le nubi con un accappatoio azzurro

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Teatro del Vittoriale, Gardone Riviera (Brescia), 27 giugno 2015. Nella splendida cornice del Teatro del Vittoriale, la villa-museo di Gabriele D’Annunzio sulla sponda ovest del lago di Garda, uno dei mostri sacri della musica italiana canta e incanta un pubblico accorso numeroso. Voce bassa, roca, frusciante, invecchiata 78 anni in botte e che ancora gorgoglia placida ma potente, anima jazz – ma anche molto altro – Paolo Conte apre anche questa edizione del Festival Tener-a-mente. Le luci si accendono e lui, in piedi accanto al pianoforte, intona subito un grande classico, Ratafià. Non c’è mp3, cd o vinile che possa rendere giustizia al suo timbro sentito dal vivo, così come nessuna registrazione ascoltata può rendere il magico incastro degli strumenti dell’orchestra con la sua voce e tra di loro. Pianoforte, violino, sax, tromba, clarinetto, percussioni, xilofono, chitarre, contrabbasso: ogni musicista sul palco è un virtuoso e ogni nota è semplicemente perfetta.

Parte Sotto le Stelle del Jazz, anche se di stelle in cielo se ne vedono poche, con scure nubi che si addensano sul lago. Paolo Conte ha preso il suo posto, seduto al pianoforte, e basta chiudere gli occhi un momento per sentirsi trascinati indietro nel tempo, in locali fumosi frequentati da abiti gessati e ghette, scarpe di vernice e boa di struzzo. L’acustica del Teatro è incredibile, Verde Milonga segue Come di, l’orchestra cambia in continuazione, con gli stessi strumentisti che passano con naturalezza da uno strumento all’altro. Conte si rialza dal piano, al suo posto ora ci sono due pianisti che lo accompagnano con un quattro-mani sulle note di Snob, canzone dal suo omonimo ultimo album. Lui agita le mani in continuazione, a dirigere la sua orchestra, strizza gli occhi in un’espressione di concentrazione che ha qualcosa del doloroso. Tra le nubi fa capolino la luna, che accompagna Aguaplano e le ultime canzoni prima di un intervallo di un quarto d’ora che spezza il concerto.

Si riaccendono le luci sul palco e un ritmo incalzante preannuncia Dancing, magistralmente eseguita. In questa seconda metà del concerto Paolo Conte lascia più spazio agli strumentisti che si producono in assoli mozzafiato nei pezzi con l’orchestra, e si prende i suoi spazi quando gli unici suoni che echeggiano per il Teatro sono la sua voce e il suo pianoforte. Così se Gioco D’Azzardo è un’esecuzione commovente e solitaria, in Gli Impermeabili – azzeccatissima, viste le prime gocce che iniziano a scendere dal cielo sempre più crepato dai lampi – diventa il trampolino dal quale si lanciano i virtuosi del sax, giù e poi su per scale interminabili e fitte di note. L’acme viene raggiunto – è quasi scontato – con Vieni Via Con Me (It’s Wonderful). Il pubblico attacca a battere le mani a tempo anche se si interrompe quasi subito, come se non volesse sovrapporre rumori profani all’esecuzione del maestro.

Miracolosamente il temporale lambisce soltanto il concerto. I fulmini sono prima a destra, poi dietro e poi a sinistra del palco, senza che le poche gocce scese per qualche minuto diventino mai niente di più fastidioso. I tuoni non hanno lontanamente la potenza e il rombo della voce di Conte. Diavolo Rosso – incalzante, quasi western – dura una splendida eternità, al cantato seguono gli assoli del clarinetto (quasi klezmer), della fisarmonica, del violino («Ma chi è? Paganini redivivo», chiede un vicino), e la voce riprende il centro della scena solo per andare a chiudere il brano. Le Chic et le Charme, canzone in francese, chiude il concerto, Paolo Conte esce di scena ma gli applausi e la standing ovation lo riportano indietro. «Ancora una!», e lui obbedisce: Tropical, sempre dall’ultimo album. Prende un altro scroscio di applausi e prova nuovamente ad andarsene. Ancora applausi, ancora grida, «Ancora! Ancora!». E lui ancora una volta esce, ma stavolta solo per salutare. Con la mano fa il gesto del fiato mozzo – a parte il testo delle canzoni e i nomi dei musicisti che lo hanno accompagnato per tutto il concerto non ha proferito verbo, non stupisce quindi che anche adesso faccia il mimo –, sorride e si defila. A quel punto anche il pubblico capisce, sorride, applaude un’ultima volta e se ne va verso casa dove, forse, lo attende «un accappatoio azzurro».

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