L’età si sente, ma la classe ancora di più: la magia di Paolo Conte a Milano

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L’età si fa sentire, ma Paolo Conte regala ancora esibizioni intense ed emozionanti. La recensione del concerto di Milano del 28 novembre 2014. Foto di Francesco Prandoni

Conservatorio, Milano, 28 novembre 2014. La canzone sta finendo. È Alle prese con una verde milonga, uno dei grandi classici. I suoni si diradano e Paolo Conte comincia a soffiare nel microfono, per simulare il rumore del vento. Dura neanche un minuto, il soffio, tra gli accordi che si spengono, ma rivela tanto dell’arte del cantautore astigiano: ne contiene l’intensità, l’ironia (che ci fa un rumore così in una canzone che si presuppone seria?), la capacità di disegnare paesaggi con parole e note, la volontà e l’abilità di portare lontano chi ascolta, lo spaesamento della solitudine che spesso avvolge i suoi personaggi. E un certo interesse per il tema dell’addio: il vento arriva alla fine, è dissolvenza e, recitava un altro brano, «tutto quanto sparire farà». È forse impossibile non supporre un filo di stanchezza, nel Conte che sta girando l’Italia e l’Europa in tour. Una mera questione fisica: l’Avvocato ha 77 anni, è una persona anziana nonostante l’incredibile energia tirata fuori per esibirsi ogni sera (e comporre, e incidere…).

Anche la scaletta, intrisa di nostalgia, suscita riflessioni simili. L’aveva detto, Conte: «In concerto recupererò molte canzoni vecchie». È stato di parola. Tolti pochi titoli dell’ultimo album (Snob, Argentina, Tropical), non un solo brano supera il 1987 (anno d’uscita del doppio Aguaplano). La cosa, ovviamente, non provoca il minimo scompenso al pubblico. Un po’ perché l’età media degli spettatori è piuttosto alta. Un po’ – o forse soprattutto – perché il primo Conte non si scorda mai. Non a caso, il pezzo più vecchio del set, Una giornata al mare, si rivela un momento magico. Era quasi uno scherzo, in origine: oggi, riletta con solo piano e voce – un suono roco, bruma di mille sigarette – la si riscopre addirittura struggente. Ma la serata si apre comunque all’insegna del sorriso, con una Ratafià riarrangiata (sempre parolibera ma purtroppo priva delle tante onomatopee della quale Conte la infarciva nell’incisione) e con il treno à la Ellington dei fiati di Come Di. La prima metà del concerto si chiude poi su altri toni, con Aguaplano: l’esotismo della title track e la malinconia di Recitando, una chicca poco ricordata, impreziosita di eleganti sfumature sonore.

La seconda parte del concerto è concepita apposta per sollevare l’entusiasmo del pubblico. Dancing è già una partenza-bomba, ma è con Gioco d’azzardo e Gli impermeabili che viene giù il teatro. Un intermezzo di dolcezza con Madeleine. Circondata dall’entusiasmo della sala, Via con me è gettata lì quasi come per scherzo, con il violinista Piergiorgio Rosso a interpretare una parte ai limiti del clownesco. Rispunta, immancabile, Max. E si culmina con Diavolo rosso, carica e terrigna come sempre. È il momento degli assoli: resta impresso quello di clarinetto, dai tratti quasi kletzmer. Infine, una virata sul pop, con Le chic et la charme e Tropical. Se il concerto fosse una cena, diremmo che il menu non presenta grandi novità, ma cosa importa? È ancora gustosissimo. E più vario di quel che si pensi di solito. Il cuoco può apparire un po’ stanco, ma le sue formule funzionano. Anche in tempi di street food, Paolo Conte resta uno chef stellato.

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