La nuova dimensione dei Paramore: non solo ritornelli facili

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Ieri 10 giugno 2013 i Paramore hanno inaugurato la stagione del SoundCity Festival di Milano portando al loro pubblico di fedelissimi il loro misto di pop punk e alternative. Questa la nostra recensione del concerto.

Ippodromo del Galoppo, Milano, 10 giugno 2013. Quest’anno ad aprire il Soundcity Festival, ci sono i Paramore. Siamo quasi al tramonto e lo spiazio davanti al palco è pieno solo per metà. Un po’ perché il pubblico non è tantissimo, un po’ perchè quello presente è pressato nella zona immediatamente sotto palco, così stretto e compatto da occupare metà dello spazio che dovrebbe. La scarsa aria che c’è tra una persona e l’altra sparisce definitivamente quando Hayley Williams e il chitarrista Taylor York salgono sul palco intonando intonando il primo dei tre interludi dell’ultimo album, Moving On. Giusto il tempo che il pubblico si renda conto che il concerto è iniziato e anche il resto della band è fuori, per iniziare alla grande con Misery Business. Il sound della band è di impatto, curato e pulito nonostante la presenza di tre chitarre. Il terzetto composto dai membri originali della band è davanti, mentre alle loro spalle il nuovo batterista suona preciso e potente affiancato dai due chitarristi turnisti. Alle loro spalle il logo della band, che cambia colore e animazione a seconda della canzone.

La voce di Hayley Williams, bella e squillante, ogni tanto si assottiglia troppo e scompare nel mare di chitarre, del resto lei non sta ferma un attimo. Dal vivo la cantante dai capelli rosso/arancione è incredibilmente energica, tra mossettine varie e continui salti. È evidente che il pubblico la ammira in maniera incondizionata, basti contare il numero di chiome rosse tra la folla, nettamente sopra la media. In questo senso è esemplare della situazione della band. La Williams è al contempo incredibilmente pop – in determinate movenze, in quello che dice, negli abiti che indossa – ma nasconde un animo punk fatto di sputi (giuro, abbiamo anche le foto), voce roca e t-shirt di Siouxsie and the Banshee ostentata. Così anche l’anima strumentale della band, nelle persone del bassista Jeremy Davis e del chitarrista Taylor York  si divide tra voglia di ritornelli facili da cantare e qualche parte strumentale particolarmente intensa. Come sul finale di Let The Flames Begin, quando i due mollano gli ormeggi e si esaltano, con Jeremy che incita il pubblico e Taylor che si accanisce sulle percussioni. O quando, poco dopo, lo stesso Taylor afferra una bacchetta della batteria e la piazza sulle corde della chitarra per un assolo dal sapore parecchio alternative. D’altra parte si dimostrano spesso più giocosi, quasi da numeri da circo. Come quando su Pressure il chitarrista fa una capriola ruotando sulla schiena del socio – il tutto senza smettere di suonare – con conseguente cinque alto tra i due a fine canzone.

La scaletta alterna singoli tratti dai primi tre album, in particolare da Riot!, a brani dell’ultimo Paramore. La differenza si sente. Il finale gospel di Ain’t It Fun, il riff contagioso di Fast In My Car e la strofa quasi swingata di Still Into You, segnano un cambio d’atmosfera importante rispetto a brani come Pressure, Ignorance o la ballad The Only Exception, comunque riusciti. Sul finale è il momento di far salire sul palco un po’ di fan (“un po’” è riduttivo sono almeno una decina) per fargli gridare insieme il coro di Anklebiters, mentre una delle fortunate quasi sviene per l’emozione. Poi ci sono ancora That’s What You Get, cantata all’unisono con gli spettatori e la già citata Still Into You. Breve pausa e la band torna sul palco per l’unico bis concesso: Brick By Boring Brick. Quella che salta fuori è una band che balla nel limbo tra pop-punk teen e sonorità più “adulte” e alternative. Tra Avril Lavigne e i No Doubt, tanto per essere sfacciati. Il futuro ci dirà se è una fase di transizione o se la band è soddisfatta della dimensione raggiunta.

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