Un concerto di Passenger scalda sempre il cuore (e accompagnato dalla band ancora di più)

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di Umberto Scaramozzino
Foto di Emanuela Giurano

Fabrique, Milano, 28 settembre 2016. A poco meno di due anni di distanza, Passenger, al secolo Michael Rosenberg, torna al Fabrique per lasciarsi accogliere con grande calore dal pubblico milanese. Questa volta, però, non è più da solo. Dopo circa sette anni dallo scioglimento del gruppo che portava lo stesso nome del suo attuale progetto musicale solita, Passenger decide che è di nuovo il momento di farsi accompagnare da una band. Non che i suoi recenti tour in solitaria siano andati male: la stessa data di Milano di due anni fa, o quella di Ferrara dello scorso anno, sono entrate nel cuore del pubblico anche e soprattutto grazie alla peculiarità di quei memorabili concerti senza band. Un solo uomo a suonare, una veste acustica cucita ad hoc addosso ad ogni brano e un’atmosfera intima difficile da trovare altrove.

Eppure, bisogna ammetterlo, con cinque elementi a calcare lo stage e con il grande affiatamento di una formazione fresca ma già allineata, il risultato ha ovviamente tutto un altro impatto. Si ha l’impressione che i quattro nuovi compagni d’avventura siano arrivati a colmare un piccolo vuoto, se non addirittura a sanare una ferita. Mike, forse affrontando un suo piccolo tabù, si lascia scappare anche un «noi siamo i Passenger», quasi a voler rievocare alchimie che per forza di cose fanno sentire la propria mancanza a chi si è abituato a portare avanti lo show sempre da solo.  Questa di Milano è la prima data del nuovo tour, perciò la prima data per questo nuovo assetto e per questo definita dal cantautore inglese come «specialmente speciale», perché speciale lo sarebbe stata a prescindere, trattandosi della calorosa città di Milano.

La serata è improntata sul contatto col pubblico, come sempre e com’è imprescindibile per chi viene dalla strada e sa quanto è importante catturare l’attenzione. E Mike sembra in grado di farlo sempre nel modo più giusto possibile. Nel suo show tutto è naturale, genuino, sostenuto da battute e racconti che vengono dalla vita reale e non da qualche teatrino costruito ad hoc per far soldi.

«Io sono un busker, ho cominciato da solo per strada e l’ho fatto per cinque anni», ci tiene a specificarlo da subito. E ogni piccolo racconto che nasce dai pezzi più sentiti del repertorio arriva proprio da quelle esperienze. Come la toccante vicenda che si cela dietro Travelling Alone: un uomo australiano che viaggia da solo dopo la morte della moglie e che si ferma per quasi un’ora ad ascoltare Micheal per strada, ad occhi chiusi. E poi la donna svizzera, anche lei solitaria in viaggio, lasciata dopo dieci anni di piani di vita, che scoppia a piangere ascoltando le note di Passenger. Tutti frammenti di vita raccontati da Passenger con la sua incredibile sensibilità, umana e artistica.

La voce dell’artista inglese è precisa, più profonda rispetto ai dischi, mentre la band accompagna con grande affiatamento, creando un sound perfetto. I pezzi del nuovo disco, intitolato Young As The Morning, Old As The Sea, vengono accolti con entusiasmo dal pubblico che sembra aver già assimilato alcuni brani nonostante il lavoro sia stato appena pubblicato. È questo il caso di If You Go o di Beatutiful Birds, cantate a pieni polmoni da un pubblico prevalentemente femminile che non ha paura di far sentire la propria voce. Voce che non smette mai di rimbombare nel parterre del Fabrique, soprattutto sull’interminabile “La La La La” della sentita I Hate, durante la quale è lo stesso Passenger ad esortare il sing-along, o nella frenesia di Scare Away The Dark e del suo reiterato coro finale usato per richiamare sul palco la band dopo la solita finta uscita prima dell’encore.

Passenger si diverte a giocare con il pubblico, rispondendo ai vari “I love you” che arrivano dalla platea, o facendo un po’ di sana autoironia sulla depressione trasmessa dalla propria musica. «Il prossimo brano è triste è deprimente, ma è anche uno dei miei preferiti. Oh, andiamo, state ascoltando Passenger, dovete aspettarvela la depressione». E si diverte anche a scherzare su quella che lui stesso definisce «la mia unica canzone molto famosa, che per la cronaca, si chiama Let Her Go, non Let It Go», afferma il frontman, maledicendo il film d’animazione Disney/Pixar per la confusione creata. E a chi gli chiede se adesso odia quel brano che l’ha reso celebre, lui risponde con fermezza che no, non potrebbe mai odiarlo, visto che gli ha permesso di fare quell’agognato salto che l’ha portato dal suonare per strada elemosinando attenzioni al suonare in un posto come il Fabrique, davanti a centinaia di persone che amano la sua musica.

Ma la verità, in fondo, è che in qualche modo è come se quel salto non l’avesse mai fatto, è come se fosse ancora un busker giramondo, che vaga per le strade della città in cerca di un punto sicuro dove fermarsi per un momento, accordare la chitarra come un pescatore prepara lenza, amo ed esca. È come se le centinaia di persone accorse al Fabrique fossero tanti passanti fermatisi in quella via, abboccando a quel delicato amo.

Le foto del concerto

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