Patti Smith dopo 40 anni è ancora la Sacerdotessa del Rock

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di Alvise Losi
Foto di Irene Fassini

Villa Arconati, Bollate (Milano), 20 giugno 2015. Non c’era serata migliore per vedere per la prima volta Patti Smith. Il tour celebrativo per i 40 anni di Horses, il suo primo album capolavoro uscito nel 1975, era un’occasione irrinunciabile. E lo stesso devono aver pensato i tanti giovani accorsi ad assistere al concerto della Sacerdotessa del Rock, che ha regalato a Milano uno show di incredibile intensità. Le bastano pochi istanti per far capire a tutti da dove derivi quel soprannome: Patti Smith ha un magnetismo e un carisma davvero rari nella storia delle performance live. La sua capacità di stare sul palco e trasportare il pubblico all’interno delle sue canzoni ricorda quella di altri due mostri sacri del genere come Bruce Springsteen e Nick Cave.

Partono le prime note e la sorpresa è immediata: la celebrazione di Horses non dovrà attendere ma comincia subito. Si inizia con Gloria, cover dei Them di Van Morrison che apriva il lato A dell’album, e basterebbe questo brano per far capire che a 68 anni, con i capelli bianchi, la signora Smith è ancora e sempre quel mostro di intensità capace di mangiarsi il palcoscenico. Nelle brevi pause tra un verso e l’altro sputa, si rigira su se stessa, si muove nervosa, entra nella canzone: non interpreta e basta, vive quello che canta. Le otto canzoni scorrono una dopo l’altra e l’unico pensiero che sfiora la mente, completamente trascinata da Patti nel suo mondo sonoro, è la presa di coscienza, nel sentirlo dal vivo, di quanto Horses sia stato una pedina fondamentale nel periodo di passaggio tra il rock “classico” e il punk dei Ramones.

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La voce di Patti non è cambiata, il suo credere in quello che canta non è cambiato. E i musicisti sul palco (quasi tutti gli stessi di 40 anni fa) sono perfettamente consapevoli di essere parte non solo di una splendida storia, ma della Storia della musica, con la S maiuscola. Il lato A scorre veloce e perfetto, con Redondo Beach, Birdland e Free Money, prima che Smith giri metaforicamente il vinile per far scorrere la puntina sul lato B. Kimberly è splendida, mentre la dedica a Jim Morrison di Break It Up è l’unico brano a risentire del passare del tempo rispetto alla versione da studio. Ma con la suite di Land, composta da Horses, Land of a Thousand Dances e La Mer(De), con un reprise di Gloria, si torna subito in uno stato di trance e sembra di essere catapultati di nuovo negli anni Settanta. La chiusura di Elegie è magica, con il ricordo di amici e colleghi scomparsi (dai Ramones a Robert Mapplethorpe, dal marito Fred “Sonic” Smith a Lou Reed). Potrebbe anche finire così, se non fosse che Patti Smith ha ancora molto da cantare.

La pausa è brevissima prima di ricominciare con i classici che rendono il concerto una sorta di Horses + Best Of. C’è anche Tim Robbins (attore premio Oscar per Mystic River) nella platea a godersi lo spettacolo e a lasciarsi trasportare dalla superba cover di I’m Waiting For My Man dei Velvet Underground. La chiusura arriva dopo un’ora e mezza con tre capolavori: Because The Night, il brano che Bruce Springsteen regalò a Patti Smith nel 1978, People Have The Power, canzone scritta da Patti insieme al marito Fred nel 1988, e My Generation, cover del famoso brano degli Who. Cala il sipario su questa serata e capisco perché Patti non smetta mai di essere in tour e perché ogni anno in Italia migliaia di persone continuino ad andare ai suoi concerti: non è solo un amarcord, la Sacerdotessa del Rock ti prende, ti mostra la rivoluzione degli anni Settanta, poi ti riporta nel presente e ti dice che, sì, anche oggi si possono cambiare le cose. People Have The Power.

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