Show di Paul McCartney a Verona, la Storia dentro l’Arena

Paul McCartney Verona 25 giugno 2013 recensione

L’Out There Tour 2013 di Paul McCartney è passato dall’Italia. Sir Paul si è esibito nell’incantevole cornice dell’Arena di Verona nella serata del 25 giugno. Ecco la nostra recensione del concerto.

Paul McCartney. Cioè un quarto e qualcosa dei Beatles, il gruppo che ha inventato il concetto di gruppo rock. O pop, fate voi, per me è lo stesso. Uno che vale Che Guevara, Bob Marley, JFK, Freud, Martin Luther King, Muhammad Alì e altri che adesso dimentico (ma comunque pochi) nella classifica dei personaggi più popolari del Novecento. Non può essere davvero qui, vivo, vero, reale. Non riesco a credere che si stia allacciando la cintura dei pantaloni proprio mentre sono in coda fuori dai cancelli. Entro nella pancia dell’Arena con questi pensieri. Forse è il freddo, ma ho il cervello intorpidito. Come se non bastasse, ci si mettono i giornalisti, i VIP – vedo Cesare Cremonini, Marco Mengoni, Paola Turci, il sindaco di Verona Flavio Tosi – e quelli vestiti come fossimo sul set di Magical Mistery Tour. Ci si mettono pure gli stranieri, tanti. Sembra una gigantesca messa in scena. Invece del socio importante di John Lennon, George Harrison e Ringo Starr, mi aspetto di vedere spuntare dalle quinte qualcuno pronto a deridermi con il supporto del pubblico. Pensavi davvero di vederlo? Proprio lui? Devi essere pazzo!

Ho sempre trovato una scusa per non andare ai concerti di Paul McCartney. Perché la considerazione che ho di lui è gigantesca e non ho mai voluto rischiare traumi. Oltre ai Beatles (hai detto poco), c’è un’ottima carriera tra Wings e album solisti a renderlo perfetto e lontano, quasi irreale. Quanti altri grandi di grandissime band sono riusciti a fare altrettanto? Solo uno: John Lennon. Tutti gli altri, fuori dalle ragioni sociali con cui sono diventati importanti, hanno ottenuto briciole. Vedi Mick Jagger, Robert Plant, Mark Knopfler e compagnia bella. Insomma, se McCartney esiste davvero, ho paura che il concerto mi possa deludere, frantumando convinzioni granitiche fino a due secondi prima. E invece arriva l’inizio ed è tutto molto più semplice di quanto immaginassi. Eccolo Paul, elegante proprio come un baronetto. Piccolo on stage (sono vicino ma il palco è profondo), enorme nell’immagine proiettata sui megaschermi laterali. Impugna quel basso e canta Eight Days A Week nel tripudio collettivo. È in splendida forma. Taglia 50, suppergiù. È tutto meravigliosamente reale.

Nelle due ore e mezza di concerto la voce del pubblico è messa a dura prova. Ci sono i classici dei Beatles da cantare insieme a cose vecchie e recenti del resto della produzione di Macca. Ci sono tante prime italiane, come Being For The Benefit of Mr Kite che Paul ricorda di non aver mai suonato nel nostro paese. Ci sono le grida sui botti e i fuochi d’artificio inediti (per lui) che incorniciano Live And Let Die, penultimo brano in scaletta prima dei bis – l’ultimissimo pezzo è Golden Slumbers. E ci sono tutte quelle altre cose che logorano le corde vocali com’è normale che sia a un concerto di Paul McCartney: il coro infinito di nananannà sul finale di Hey Jude, e prima Let It BeBand On The Run, Obla di Obla da, Eleanor Rigby, Mother Should Know. Perdo la voce e mi rovino le mani per applaudire tutto, siparietti compresi: sono così dannatamente british che fatti da chiunque altro rasenterebbero il ridicolo e invece Paul, fanne quanti ne vuoi. Sbatto le mani con grande forza soprattutto quando Macca ricorda i suoi amici lassù. Canta Here Today per John Lennon, scritta il giorno stesso del suo assassinio. Canta Something per salutare George Harrison, mentre le immagini di un tempo che fu scorrono sugli schermi.

Sul palco con McCartney ci sono un tastierista, due chitarristi – uno dei due prende il basso quando Paul passa alle sei corde – e un gigante batterista. Volendo a tutti i costi trovare un difetto allo spettacolo dell’Out There Tour 2013, scelgo la band. Non perché sia scarsa, sono tutti musicisti eccellenti. Solo che sono in pochi: ottenere il suono del sax con le tastiere non è cosa per questi palcoscenici. Ma probabilmente è una mossa ponderata, perché la compattezza del suono è quella di una vera rock band, e troppi elementi sul palco disperderebbero l’empatia. Con i suoi 71 anni compiuti pochi giorni fa, Paul McCartney è anche uno degli artisti più esperti che ti possa capitare di vedere dal vivo, oltre che uno dei più grandi. E gli vuoi dire qualcosa? Qualcos’altro che non sia grazie? Non me la sento, ho già rischiato troppo stasera.

@DanieleSalomone

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