Pearl Jam a San Siro, un nuovo bellissimo capitolo della storia del rock

Pearl Jam Milano 20 giugno 2014 recensione

L’esordio a San Siro dei Pearl Jam è stato un trionfo. Grande prova del gruppo di Seattle e risposta superlativa del pubblico di Milano. Ecco la recensione del concerto di venerdì 20 giugno. Foto di Francesco Prandoni

Milano, Stadio San Siro, 20 giugno 2014. Per non scadere nella retorica devo fare uno sforzo enorme, e comunque non so se ci riuscirò. Uscito dallo stadio, pensando al pezzo che avrei scritto, non riuscivo a immaginare altro che aggettivi. E quel che resta della mia lucidità, dopo diverse ore in piedi, a cantare e sbraitare sotto il palco – non si può stare in tribuna stampa per un concerto del genere – è davvero poca cosa. Proverò lo stesso a raccontare com’è andata, ma mentre leggete queste righe tenete presente che sono un fan felice e appagato, che si è appena goduto una di quelle notti che i fan vogliono, fortissimamente vogliono.

Lo spettacolo dei Pearl Jam a San Siro è durato molto più delle tre ore in cui i musicisti sono rimasti sul palco (alla fine saranno 34 le canzoni in scaletta). È iniziato nel momento stesso in cui la data è stata annunciata: Eddie Vedder e compagni al Meazza non è solo un grande evento musicale, è un capitolo straordinario di una storia bellissima: la band che ha rinunciato alla commercializzazione spietata della propria immagine, che ha combattuto battaglie sui prezzi di biglietti (anche senza averle vinte), la band che dell’integrità e dell’onesta nei confronti del pubblico ha fatto i propri fari, quella stessa band si è esibita davanti a 60.000 persone nello stadio più importante di un Paese che spesso fatica a valorizzare quello che ha valore sul serio. «We will win» dirà Vedder a fine serata come buon auspicio per chi si riconosce nei suoi stessi valori. Lo sa anche lui, che in realtà abbiamo già vinto.

Ti aspetti che venga giù tutto non appena Mike McCready introdurrà con un riff il primo pezzo del concerto. E invece i Pearl Jam partono soft, eleganti, ma comunque intensissimi con Release e Nothingman. È ancora chiaro e la marea umana che riempie gli spalti si vede bene anche dal palco. Dopo una bellissima Sirens, arriva Black. È uno brani più rappresentativi del gruppo di Seattle e si scolpisce nel cemento di San Siro. Inizio da brividi. Quando i sei sul palco decidono che è arrivato il momento di accelerare, il pubblico pende dalle loro labbra. Eddie si permette una colossale stecca – sbaglia per due volte di fila l’attacco di Given To Fly – ed è buffo nel tentativo di spiaccicare qualche parola nella nostra lingua (ci tiene a ribadire che ama l’Italia e gli italiani). Ma ha un tale carisma che può fare ciò che vuole. Anche bere vino rosso tutta la sera.

Guarda le foto del concerto.

Sul palco i PJ sono una macchina da guerra, precisi, solidi, compatti. Qualunque band voglia fare rock dovrebbe studiarli dalla mattina alla sera. La prima pausa arriva a un’ora e mezza dal via, addirittura necessaria (per tutti) dopo la tripletta Not For You,
 Why Go,
 Rearview Mirror. Si riprende con qualche brano in versione semi-acustica, con la band seduta. Anche così l’intensità del concerto è straordinaria e lo scambio di energia tra palco e spalti continua inesauribile. Una sola nota stonata: il suono, soprattutto nella prima metà dello show è difficile persino distinguere tutti gli strumenti. Bisogna farsene una ragione, San Siro è uno stadio per il calcio e anche i più bravi tecnici e le migliori tecnologie faticano a “farlo suonare” bene. Arrivano una dopo l’altra Daughter, Jeremy, Betterman, che logorano ancora un po’ le corde vocali dei 60.000 di Milano – prima che Eddie faccia del male alle sue con quella follia di Lukin. Del suono impastato se ne fregano tutti. Sono lì per altro.

È cambiato il rapporto tra i Pearl Jam e il pubblico che li segue. Vent’anni fa era selvaggio, fisico, viscerale, oggi è amore incondizionato, più cerebrale. A 50 anni, Vedder, Gossard, Ament, McCready e Cameron sono probabilmente più creabili con Sirens che con Spin The Back Circle (che goduria ascoltarla a San Siro, e con quella corsa di Mike sul palco!): non significa che non siano più all’altezza o in grado di suonare (e scrivere) certi brani, ma solo che si è entrati in una nuova fase della lunga storia d’amore tra la band di Seattle e la propria gente. Vent’anni fa Eddie si lanciava sulla folla dai tralicci a venti metri d’altezza, oggi ricorda quando proprio a Milano conobbe sua moglie, che gli ha dato due bambine. Vent’anni fa i Pearl Jam sul palco suonavano con rabbia, oggi ospitano il figlio teen-ager di Matt Cameron che sostituisce McCready alla chitarra per tutta Rockin’ In The Free World. Vent’anni fa i Pearl Jam erano il grunge, la nuova frontiera del rock, oggi sono il ponte tra la contemporaneità e il classic rock. Ma nulla di tutto ciò che era si è distrutto: si è solo trasformato. Così la storia può continuare.

@DanieleSalomone

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