Appuntamento con la storia, Peter Gabriel strega Milano

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Ieri sera al Forum di Assago grandi celebrazioni nel concerto di Peter Gabriel. Moltissime hit e l’esecuzione intera di SO, un album che ha segnato la storia del rock. Ecco la recensione dello show.

Milano, Mediolanum Forum Assago, 7 ottobre 2013. Quando un concerto non è semplice avvenimento musicale ma un appuntamento con la storia lo si avverte. In un Forum di Assago esaurito da tempo, l’aria è quella delle grandi occasioni. Lo si legge nello sguardo dei fan di ogni età, lo si nota dal numero di facce note in tribuna vip, che per una volta non sono showgirl e veline che fanno passerella ma attori impegnati, rocker della prima ora, bluesman nostrani e istrioni dello spettacolo, facce note per lo più attempate, quelle di chi ha vissuto l’epoca d’oro del pop-rock. Quella segnata da album come So, il lavoro che ha imposto Peter Gabriel come stella mondiale strappandolo al ruolo di artista di culto qual era stato negli anni dei Genesis e nelle prime uscite soliste. E Gabriel stasera è qui per riproporre per intero quell’album, nell’ennesima tappa del Back To Front Tour, iniziato un anno fa per festeggiare i 25 anni dall’uscita di So.

Un palco minimale che, tra braccia meccaniche e binari di metallo su cui queste scorrono, sembra più uno scorcio di panorama industriale che non le scenografie hollywoodiane a cui molti ci hanno abituati negli ultimi anni. E “minimal” è anche l’inizio del concerto, con Gabriel che sale sul palco da solo, con le luci del palazzetto ancora accese. Piccolo discorso di introduzione in italiano e via alla prima delle tre sezioni che compongono il set, ovvero quella acustica. Che si apre con Obut, un pezzo inedito che ha preso forma nel corso del tour. Gabriel spiega che ormai è nelle versione definitiva, con il testo finale. Bene, di questo passo per il 2018 potremo avere un intero album. E c’è di che ben sperare visto che, sia che rimanga nella veste piano, voce e contrabbasso (per suonare il quale sale sul palco Tony Levin) sia che goda di un arrangiamento più complesso, il pezzo riesce a creare subito la magia. Arrivano quindi “i rinforzi della cavalleria”: David Sancious, Manu Katché e David Rhodes, ovvero, insieme a Levin, la band del tour originale di So, alla quale si aggiungono due coriste, Jennie Abrahamson e Linnea Olsson, protagoniste di un loro set come antipasto della serata. E poi via con Come Talk To Me, folkeggiante tra fisarmonica e chitarre acustiche, e Shock The Monkey che, spogliata della sua veste elettronica, perde la sua carica tribale ma acquista una trascinante carica sciamanica. Family Snapshot fa da anello di congiunzione tra la parte acustica e quella elettrica: l’inizio intimo viene squarciato dall’ingresso della batteria di Katché e quando tutta la band prende corpo le luci si spengono. Una potente versione di Diggin In The Dirt vede Gabriel abbandonare per la prima volta il piano.

La mobilità non è certamente quella di un tempo, ma il carisma trasuda a ogni movimento e la voce non ha ceduto nulla al passare degli anni. Una travolgente Secret World si dà il cambio con le atmosfere sottilmente inquietanti di Family And The Fishing Net. In No Self Control l’impianto luci diventa protagonista, con i membri della crew che comandano manualmente le braccia basculanti e Gabriel che ingaggia una specie di lotta con la gabbia di proiettori che pare avvilupparlo. L’atmosfera si alleggerisce con Solsbury Hill, dove la Steinberger di David Rhodes è protagonista assoluta. La sognante e raffinata Why Don’t You Show Yourself, impreziosita dal lavoro ai cori e al violoncello di Jennie Abrahamson e Linnea Olsson, chiude il set elettrico.
È il momento del dessert, come lo ha definito Gabriel all’inizio. Red Rain apre il sipario sul mondo multicolore di So. Sledgehammer viene introdotta dal pubblico che intona all’unisono la linea di tastiera introduttiva. Certo, a pensare al Gabriel del tour originario o anche solo quello di una decina di anni fa, la differenza è stridente. L’indemoniato folletto di un tempo è ora uno statico signore passato attraverso un esorcismo, anche un filo autoironico nel suo riproporre il balletto con Rhodes e Levin intabarrato nella sua palandrana con il cappuccio (ma non avrà avuto caldo?). In Don’t Give Up la Abrahamson si deve confrontare con il fantasma di Kate Bush, compito improbo ma affrontato egregiamente. Dopo That Voice Again, tocca a Mercy Street, che Gabriel canta, come da tradizione, sdraiato per terra: il fascino del pezzo, unito alla splendida esecuzione, ne fanno uno dei momenti più alti ed emozionanti della serata concerto. Si torna su territori più pop con Big Time, l’ennesima hit le cui tonalità altissime costringono Gabriel alle prime sbavature vocali.

E poi ancora l’intreccio di percussioni sintetiche e acustiche nel crescendo circolare di This The Picture, prima del finale morbido di In Your Eyes. Non è finita ovviamente, perché c’è ancora spazio per una quarta parte, seppur non annunciata, quella dei bis. Che inizia con una devastante The Tower That Ate People, con Peter che finisce ingoiato da una torre di stoffa bianca, per approdare alla conclusione naturale di Biko: il gruppo lascia progressivamente il palco lasciando a Katché, e all’enorme fotografia dell’attivista sudafricano anti-apartheid campeggiante sul maxi schermo, il compito di chiudere una serata speciale. Forse questo concerto non passerà alla storia, ma la storia del rock è passata di qui.

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