PJ Harvey a Milano, un salto oltre la banalità di tanta musica contemporanea

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di Silvia Marchetti
Foto di Francesco Prandoni

Milano, Alcatraz, 23 ottobre 2016. Sarebbe bello poter godere più spesso di concerti come quello che abbiamo vissuto, respirato, divorato ieri sera all’Alcatraz di Milano. PJ Harvey ci ha afferrato con la sua incredibile voce e con la qualità delle sue canzoni, e ci ha fatto volare alto, ben oltre le banalità e la pochezza che buona parte della musica contemporanea ci trasmette. E stupisce vedere come Polly Jean continui, dopo oltre 20 anni di successi, a rifiutare di camminare su sentieri sonori già battuti, per cercare di ampliare i propri orizzonti, per mettersi alla prova e progredire. Così elegante nei movimenti, così inafferrabile e sicura di sé, la cantante e musicista inglese non ha deluso le aspettative del pubblico milanese, ipnotizzandolo per un’ora e mezza di live mozzafiato.

PJ, ricoperta da un tappeto di piume nere, ha preferito porre l’accento sulle canzoni politiche dal suo ultimo album, The Hope Six Demolition Project , ma non si è affatto dimenticata di rivisitare pezzi storici e grandi classici del suo repertorio, come Let England Shake, The Last Living Rose e 50ft Queenie. Ha costruito un concerto essenziale a livello visivo e particolarmente coinvolgente e profondo nei contenuti. Nessuna vera scenografia, dunque, a sostegno della sua musica, nessun ingresso trionfale o da star per lei. Si è assicurata l’attenzione della platea senza dover ricorrere per forza a inutili incantesimi: sul palco non si sono prodotti effetti speciali, non si sono viste luci psichedeliche e nemmeno immagini suggestive. Non ve n’è stato alcun bisogno, perché il vero spettacolo è da sempre racchiuso nelle corde vocali di Miss Harvey. Tutta la magia è condensata nella sua voce unica, potente, viscerale, quasi da cantante lirica (ascoltate A Line In the Sand dal vivo e capirete).

Il palcoscenico è il suo habitat naturale. Ieri sera l’approccio di PJ è stato solo apparentemente di superiorità e distacco verso i fan: Polly Jane Harvey non ha mai dialogato direttamente con il pubblico (e quando mai lo ha fatto in passato?), non si è persa nemmeno in chiacchiere con la sua band. Eppure, così facendo, non è mai apparsa arrogante e antipatica. È semplicemente rimasta se stessa, coerente ed eterea come la abbiamo conosciuta e amata.

Ad accompagnarla durante la sua marcia trionfale all’Alcatraz, nove fantastici elementi. Immancabili i veterani John Parish e “il Bad Seeds” Mick Harvey, perfettamente sincronizzati con la voce di PJ e con gli altri musicisti (tra cui l’italianissimo Enrico Gabrielli, ex Afterhours e Calibro 35, osannato dal pubblico per tutta la serata). Tra tamburi, batteria, strumenti a fiato e un arsenale di chitarre elettriche e acustiche (Alain Johannes dei Queens Of The Stone Age si è fatto sentire, eccome!), la band si è trasformata talvolta in un’orchestra balcanica, altre volte in un gruppo hard-rock oppure in un complesso blues, con PJ Harvey impegnata al sax, completamente a suo agio nella sua danza solitaria tra sonorità diverse.

Il concerto di Milano ha alternato momenti cupi e riflessivi ad altri più energici e adrenalinici. Dopo ogni pezzo le luci si sono spente, come a determinare la fine di un atto di una commedia teatrale. Da The Glorious Land a Written On The Forehead, passando per Dollar Dollar, PJ è riuscita ha ricreare costantemente un’atmosfera inebriante attraverso canzoni che parlano di guerra ma anche di umanità e di amore per la vita. Questo perché la 47enne trascende tutte le banalità del mondo del pop e vive e fa musica solo per pura passione, talvolta come fosse una missione.

Tra i venti brani in scaletta, una splendida versione, quasi demoniaca, di 50ft Queenie, sfacciatamente rock ma incatenata nella sua stessa furia demolitrice. Toccante Chain Of Key (uno dei brani nati dopo il suo viaggio tra Kosovo e Afghanistan), spiazzanti The Community Of Hope e The Orange Monkey, un canto all’unisono che ha ricordato il teatro epico di Brecht.  Se The Devil ha vissuto una seconda vita (impreziosita dal suono di organi anni Sessanta), The Wheel è esplosa a sorpresa grazie al gioco di riff dei quattro chitarristi sul palco. Tra l’ululata The Ministry Of Social Affairs (cosa non ha fatto qui il sassofonista Terry Edwards!) e l’inquietudine di Down By The Water (che il pubblico ha seguito senza fiatare), il concerto è scivolato velocemente verso la fine, riservando gli ultimi preziosi minuti a brani da brividi come To Bring You My Love, così bella e tormentata da far male. Come PJ, che ha confermato ancora una volta, con grinta e classe da vendere, il suo ruolo di dea del rock.

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