Contraddizioni e sincerità: i Placebo in concerto a Bologna

Recensione concerto Placebo bologna 23 novembre 2013

Tornano a Bologna i Placebo, guidati dal carismatico Brian Molko, per un concerto che ne mostra con sincerità la vera anima e le contraddizioni. Ecco la recensione. (Foto di Mirko Cantelli)

Unipol Arena, Bologna, 23 novembre 2013. Chi sono i Placebo? No, non fraintendetemi: non è la domanda di qualcuno che ha passato gli ultimi diciassette anni – tanti ne sono passati dall’esordio di Molko & Co. – su Marte, ma il dubbio legittimo di chi assiste per la prima volta ad un loro concerto.

Perché i Placebo sono quelli che immancabilmente piazzano almeno un paio di singoli in cima alle classifiche ogni volta che buttano fuori un nuovo album, ma sono anche quelli che dal vivo non lesinano le distorsioni e che non hanno paura di devastare proprio quelle canzoni che hanno fatto la loro fortuna, come Twenty Years (ne potremmo discutere l’arrangiamento) o Song To Say Goodbye, quasi irriconoscibile sotto la coltre di Larsen. I Placebo sono una band che gravita intorno all’immaginario che Brian Molko ha costruito negli anni, fatto di ambiguità e timidezza, come di sfrontatezza e noncuranza, ma anche un power trio che si divide equamente il palco, dove l’energia percussiva di Steve Forrest è tanto essenziale quanto la presenza scenica di Stefan Olsdal, a cui spetta l’onore di restare solo sul palco prima di attaccare il riff  bruciante di The Bitter End, sfrontata come se fosse la prima volta che viene suonata dal vivo, oppure l’ultima.

I Placebo sono l’espressione di sfida con cui Brian Molko, sotto un cono di luce rossa, guarda il suo amato pubblico, colpevole di aver applaudito prima che lui potesse concludere Meds a suo piacimento, ma sono anche la commozione dello stesso Molko a fine concerto, o la gioia con cui il batterista lancia qualsiasi cosa tra la folla – scarpe comprese (guarda la photo gallery). I Placebo sono una band che offre una grande quantità di canzoni di sicuro effetto (Every You And Every Me, una Running Up The Hill da brividi, Special K) ma che non ha paura di tralasciare vecchi successi (una su tutte: Pure Morning) per puntare invece sul nuovo album Loud Like Love, i cui brani – in particolare i singoli estratti – vengono accolti dai fan con l’entusiasmo riservato di solito ai successi conclamati.

Queste dicotomie sono contraddizioni solo all’apparenza. In realtà sono caratteristiche talmente legate tra loro da essere parte integrante dei Placebo, che infatti le affrontano con una serena e disarmante sincerità. Non so perché, ma ho sempre avuto l’impressione di una band eccessivamente artefatta, forse proprio per la difficoltà di far convivere tutti questi aspetti del proprio carattere. Niente di più falso. Dal vivo ci si accorge di come queste ambiguità siano proprio la cifra di un gruppo ostinato a rimanere sempre onesto e fedele a se stesso. La stessa sincerità che li porta a suonare in un palazzetto gremito di persone con delle distorsioni strafottentemente ruvide, senza alcun riguardo per nessuno se non che per il proprio ostentato bisogno di accanirsi sugli strumenti.

Tutto passa in secondo piano, compresa la superficie trasparente che regolarmente cala dall’alto davanti alla band e su cui vengono proiettate immagini astratte; compresi i tre musicisti che, tra tastiere, chitarre e violino, ne arricchiscono il sound. Resta solo l’anima di una band che non vuole rendere conto di niente a nessuno, non vuole snaturarsi per piacere ad alcuno se non ai propri fan che proprio per questo la amano di un affetto incondizionato.

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