Primal Scream a Milano, hanno ancora voglia di divertirsi come ragazzini

Recensione-concerto-Primal-Scream-Milano

Grande energia al concerto dei Primal Scream, che hanno suonato a Milano le canzoni dell’ultimo album More Light e i loro successi. Ecco la recensione del live. Foto di Elena Di Vincenzo.


Alcatraz, Milano, 20 novembre 2013. «Ma questi pestano come ragazzini». È la frase che sento appena uscito dal locale e da sola basta a riassumere tutto il concerto dei Primal Scream. Perché da una band attiva dalla fine degli anni ’80, con una discografia altalenante che tra indubbi capolavori e clamorose cadute di stile conta ormai dieci sassolini, e con un frontman, Bobby Gillespie, che ha passato i cinquant’anni conducendo uno stile di vita non particolarmente morigerato, uno non se lo aspetta. E invece è un piacere constatare che, non solo la band picchia come se non sentisse il peso degli anni, ma non ha neppure perso la voglia di divertirsi sul palco. Ce ne si accorge da come Andrew Innes se la ride quando tra una schitarrata e l’altra incrocia lo sguardo del pubblico, o da come lui e Barrie Cadogan usino la sei corde, veri e proprio fucili durante la sferragliante Jailbird, servita calda come terzo pezzo. Inizialmente Gillespie è il meno carico: la sua espressione, specie a inizio live, non sembra particolarmente soddisfatta, salvo poi aprirsi in ampi sorrisi ogni volta che ringrazia o che entra in contatto con il pubblico, fugando ogni dubbio.

Per tutto il concerto il frontman si immerge volentieri tra le braccia protese delle prime file, che non perdono occasione per fomentarlo e farsi fomentare. Non che ce ne sia particolarmente bisogno, la scaletta esplode subito con due dei pezzi più carichi dell’ultimo, ottimo, lavoro More Light per poi infilare uno dietro l’altro alcuni dei vecchi successi tratti da XTRMNTR e Give Out But Don’t Give Up. A questo punto i sei si danno una calmata e si concentrano su brani più soft dell’ultimo disco, tra cui spiccano la suadente Walking With The Beast e Goodbye Johnny. I cui cori languidi coinvolgono anche la nuova bassista Simone Butler, che ha rapidamente conquistato tutti i maschietti in sala e non solo per le sue doti di musicista. Che comunque sono notevoli: il basso fa la differenza, un groove profondo che riempie tutto il locale su cui saettano le distorsioni delle chitarre. Ce ne accorgiamo quando torna a farla da padrone su Turn Each Other Inside Out e su Autobahn 66.

Da lì in poi è il caos. Neanche il tempo di iniziare It’s Alright, It’s Ok e Bobby ricomincia a saltare da una parte all’altra del palco – dispiace che sia solo quello laterale, il più piccolo dell’Alcatraz. A metà dell’inciso la band ribadisce il suo amore per il gospel e, prima che ce ne possiamo rendere conto, stiamo tutti facendo il controcoro a Gillespie che intona Happy Days (ovviamente non sto parlando della sigla del telefilm). Su Swastika Eyes, praticamente un pezzo house con le chitarrone, si scatena un delirio di luci strobo ed è impossibile stare fermi, nonostante il tizio davanti a me si ostini a riprendere tutto con l’iPad (come del resto ha fatto per tutto il concerto, dando ragione a chi ha scritto la lista dei 10 comportamenti peggiori del pubblico di un concerto). Dopo averci mostrato quanto gli piace mischiare i generi, i Primal Scream danno definitivamente fuoco alle polveri con il rock’n’roll di Country Girl (dedicata alle ragazze in sala) e Rocks. E sarebbe già sufficiente perché il pubblico – che dal look sembra arrivare compatto dalla Camden Town di 20 anni fa – sia soddisfatto.

E invece gli scozzesi tornano sul palco è annunciano candidamente che per il bis si dedicheranno un po’ a quel capolavoro scolpito nella pietra che è Screamadelica, effettivamente fino a quel momento un po’ trascurato, di cui suonano Higer Than The Sun, Loaded e Movin’ On Up, convincendo tutti che quello di prima fosse un semplice riscaldamento. Finisce tutto sotto una pioggia fitta di Larsen e applausi, con quello spilungone di Bobby Gillespie che non se ne vuole più andare dal palco, continua ad abbracciare fan e si improvvisa Babbo Natale in anticipo, regalando tutto ciò che trova a portata di mano: scaletta, plettri, bacchette della batteria e persino le maracas e il cembalo che ha suonato nei pezzi dove non cantava (peccato vedere alla fine che una ragazza ha dovuto contendersi il prezioso strumento con dei tipi grandi e grossi: capisco l’essere fan, ma suvvia ragazzi, un po’ di cavalleria!). Si torna a casa con le orecchie che fischiano, per colpa di ‘sti giovincelli.

Commenti

Commenti

Condivisioni