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The Prodigy e Die Antwoord, dance e delirio al Postepay Rock In Roma

The Prodigy e Die Antwoord protagonisti di un super dance party al Postepay Rock In Roma. Ecco com’è andata.

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Ippodromo delle Capannelle, Roma, 21 giugno 2014. Sabato sera. All’Ippodromo c’è un’ottima alternativa alle classiche serate in cui si esce per andare a ballare. Sul palco The Prodigy e Die Antwoord, protagonisti del quinto appuntamento di Postepay Rock in Roma. Il pubblico ha fame: non è cospicuo, ma decisamente agguerrito. I Prodigy sono un must della scena Big Beat degli anni ’90. Quella di Fatboy Slim, e Chemical Brothers. Molto è cambiato da allora, e dalla cultura dei rave party siamo giunti oggi a uno spettacolo che rasenta la fastosità mainstream.

A mettere le cose in chiaro ci pensano i Die Antwoord. Pur non essendo appassionati del genere, non si può fare a meno di apprezzare il trio sudafricano. Fin dal primo brano, Rich Bitch, l’impatto è devastante: bassi di una violenza spropositata, sfiancanti ed energizzanti a un tempo. Grande spettacolarità, grazie ad una proficua interazione tra scenografia luminosa e coreografia fluorescente. E soprattutto “Yo – Bitch – MuddaFacka” in quantità industriali.
Sotto l’egida, per così dire, del bambolotto dall’enorme fallo, Ninja, Yo-Landi Vi$$er e DJ Hi-Tek diffondono la loro idea musicale che vive delle sonorità dub-step, dei vocoder, della jungle-music e del rap. Il prospetto immaginifico è irrorato da uno schermo che campeggia in alto, lì per destare l’attenzione di chi non ha modo di intravedere la componente coreografica. I Fink U Freeky, Cookie Thumper!, Happu Go Sucky Fucky e Baby’s On Fire tra i brani in cui la macchina si esprime al meglio. I Die Antwoord sono tutto ciò che la TV presenterebbe come il male assoluto, e invece, al di là del puro e semplice divertimento da dance hall, quella folla di gentiluomini che mi circonda ostenta anche un inatteso lato romantico. L’urlo finale ingigantito dal delay è il modo per passare il testimone all’headline della serata. Il prodigio.

Guarda le foto del concerto.

Il tempo di andare a prendere un paio di birre e trovo il palco completamente mutato. Lo schermo ha rivelato un pipistrello gigante che ricorda quello della famosa marca di bevande breezy. Dopo più di mezz’ora d’attesa entrano i Prodigy, accolti da un boato d’altri tempi. Del resto la tracklist non fa sconti: si parte con Breathe, seguita a qualche metro di distanza da Voodoo People. I Prodigy hanno un’espressività prorompente: nella scarsa definizione da glicerolo liquido le sagome in continuo movimento appaiono e scompaiono. C’è una meditata ingegneria che movimenta la folla di sotto, che dal canto suo non risparmia saltelli e coretti.
Tutto è studiato a pennello. E a ballare si balla. Da Omen a Firestarter, fino a Smack my Bitch Up difficile stare fermi e non farsi prendere dal mood violento. Eppure questa macchina ben oliata nella sua classicità trasmette un certo staticismo, come se l’emozione profonda e radicale fosse altrove, usurata molto probabilmente dall’abitudine. Credo sia l’inevitabile confronto con la freschezza dei Die Antwoord a darmi queste sensazioni. Fatto sta che gli encore regalano ancora quattro brani, e che brani! Il concerto si chiude con Take Me to the Hospital, New Beats, Their Law e Out of Space. La platea apprezza e regala al trio un’ultima grande ovazione, al termine di una serata dove ci si è sicuramente divertiti.

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