Radiohead, bisogna ammetterlo ed accettarlo: sono gli insuperabili primi della classe

radiohead-primavera-sound-2016-recensione
di Emanuele Mancini
Foto di Francesco Prandoni

Parc del Forum, Barcellona, Primavera Sound, 3 giugno 2016. Un concerto di quelli che lasciano senza parole, questo è stato il live dei Radiohead al Primavera Sound. Dopo l’ultima nota non sono riuscito a parlare per mezz’ora, né a formulare un giudizio su quello che era appena accaduto, tante e tali erano le emozioni da metabolizzare. Il concerto più atteso, di sicuro quello con maggiore affluenza di pubblico (i dati ufficiali arriveranno, ma per esperienza posso dire che non eravamo meno di 50.000 persone) ha superato le aspettative di tutti, mandandoci a casa con la rinnovata certezza che, bisogna accettarlo, i Radiohead sono i primi della classe.

In quanto tali è scontato che attirino le critiche, che vengano accusati di essere noiosi, freddi, ripetitivi e via dicendo: come tutti i secchioni però, vedendoli all’opera non si può non rimanere estasiati da quello che fanno, da come lo fanno, se si ha un minimo d’onestà intellettuale. Sono la “più forte rock band al mondo” e il palco è il luogo in cui manifestano il loro predominio assoluto. Con naturalezza e una tranquillità disarmante: non sono loro a dover temere la folla oceanica che gli si para davanti, ma noi a doverci sentire in soggezione per essere stati invitati a sbirciarli mentre sono all’opera in ‘casa loro’, il palcoscenico.

Il concerto comincia con i primi cinque brani del bellissimo A Moon Shaped Pool, nello stesso ordine del disco, e ciò che succede è un vero miracolo: il pubblico, una moltitudine enorme di persone resta in un religioso e surreale silenzio. È vero, il volume basso ha costretto a contenere il brusio e il chiacchiericcio, ma non era il motivo principale. In nessuno dei concerti che ho seguito mi è capitato di vedere un audience così protesa verso il palco, verso ogni singola nota, ogni movimento, ogni respiro. Non mi viene in mente nessun’altra parola oltre a “gratitudine”: questo ho visto sulle facce della gente. Grati per le emozioni, per le note, per quello che rappresentano i Radiohead e che continuano a rappresentare dopo trent’anni di carriera, tanto da restarli ad ascoltare estasiati.

Dal canto loro i cinque dell’Oxfordshire (sei con il batterista aggiunto Clive Deamer che li accompagna sul palco da The King Of Limbs) ricambiano questo amore con una scaletta perfetta, a tratti commovente. Dopo la parentesi del disco nuovo passando per National Anthem arrivano addirittura a Talk Show Host (b-side di Street Spirit, anch’essa in scaletta), canzone del ’96 suonata in rarissime occasioni. Ma il seguito è ancora più sorprendente, da vero best of: Lotus Flower, No Surprises, Pyramid Song, Karma Police, Arpeggi. Il pubblico finalmente si scioglie e comincia a cantare, ma in maniera composta, sempre rispettosa: non vogliono superare il volume del palco, non vogliono ‘intaccare’ l’evento speciale a cui stanno prendendo parte.

Paranoid Android, Nude, 2+2=5, There, there, il concerto volge al termine proseguendo attraverso i più grandi successi, suonati e cantati (è superfluo dirlo) in maniera impeccabile. La band esce dal palco dopo l’ultimo brano e da programma non sarebbe dovuta più rientrare. Invece ci riserva un’ultima, incredibile sorpresa: la canzone fuori scaletta è proprio Creep. Dopo il concerto a Parigi ce l’aspettavamo, ma poco importa: siamo la generazione cresciuta con questa incredibile canzone nelle orecchie senza averla mai potuta ascoltare dal vivo. Il nostro io adolescente e quello adulto si sono rincontrati e se tornano a casa con un concerto indimenticabile.

Commenti

Commenti

Condivisioni