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Recensione Radiohead Roma Ippodromo delle Capannelle 22 settembre 2012

Rock In Roma, Ippodromo delle Capannelle, 22 settembre 2012. Ecco un altro concerto, quello dei Radiohead, di cui sarebbe meglio non scrivere. Correte, andate a vedere una delle restanti date, ci sono ancora tre concerti e i biglietti sono disponibili.

Radiohead Rock In Roma Ippodromo delle Capannelle 22 settembre 2012Rock In Roma, Ippodromo delle Capannelle, 22 settembre 2012. Ecco un altro concerto, quello dei Radiohead, di cui sarebbe meglio non scrivere. Correte, andate a vedere una delle restanti date, ci sono ancora tre concerti e i biglietti sono disponibili. Credetemi, non ho nessuna voglia di essere retorico. Non ha senso parlare di Arte, l’Arte si fa, o si vive, la si osserva o ascolta, come in questo caso, ed questa è la migliore cosa che posso dirvi: andate ad ascoltare i Radiohead alla prima occasione possibile, ché non tornerà tanto presto. L’ultima volta a Roma era stata 17 anni fa, in piazza San Giovanni per il concertone del Primo Maggio. Un Thom Yorke ventisettenne, testa gialla canarino, affronta la vastissima folla con The Bends e High And Dry. Fine. Da quel giorno, per diciassette lunghi anni, vedere un concerto dei Radiohead ha significato viaggiare, essere a Verona, Milano, Ferrara, o direttamente all’estero. Stavolta no, sono di nuovo nella mia città, ed è strano.

È dalla sera prima che si avverte qualcosa nell’aria, c’è una carica elettrica inedita, sta per succedere qualcosa, lo sente anche l’edicolante sotto casa che non ne sa niente. Ci sono 25.000 anime che stanno per riunirsi in un unico punto, per un avvenimento specifico, per vedere il concerto della band più importante dei nostri tempi. Io sono fra questi e non so cosa aspettarmi, anzi: talmente tanta l’energia attorno che entro in uno stato catatonico che azzera tutto, aspettative comprese. Lo interrompe solo l’inizio del concerto. Entra sul palco Johnny Greenwood seguito dagli altri, per ultimo Thom Yorke, più elegante e fichetto del solito, con i capelli lunghi legati in una coda. Si accende il fondale a tempo di Lotus Flower, cala la scenografia, dodici schermi a led giganti mobili (guarda le foto), e prima della prima strofa sul palco tutto è acceso alla massima potenza di fuoco, non c’è gradualità, non mostrano una carta alla volta per favorire l’arrivo di un climax nel corso dell’esibizione. Il messaggio è chiaro: ora siete dentro, non dovete né guardare altrove né ascoltare altro. Funziona. Quello che accade abitualmente negli altri concerti, l’immedesimazione, il coinvolgimento che aumenta brano dopo brano, qui è immediato. La mia testa se ne va. Non so più in quale città sono e in che periodo dell’anno, ma neanche in che periodo della mia vita. Stacco completamente, e mi riprendo solo a fine concerto.

Mi riprendo per modo di dire, mi ci è voluta una mezz’ora buona per riuscire ad articolare qualcosa di semi-compiuto. Fra la mia partenza e il ritorno, c’è stato un concerto di due ore e mezza per ventiquattro brani. Vedo dei Radiohead inediti, divertiti, danzerecci, noncuranti delle sbavature. Thom Yorke che se ne sbatte dell’intonazione (lui!) quando c’è da ballare, quando deve interagire col pubblico. Thom Yorke (sempre lui) che quando c’è da cantare, come in Give Up The Ghost e in Daily Mail, ricorda al pubblico e al pianeta, che non a caso fa parte coi suoi Radiohead, della storia della musica. I brani, la maggior parte da King Of Limbs e In Rainbows (leggi la scaletta), sono tutti riarrangiati, spesso con due batterie, grazie all’innesto di Clive Deamer, ma non solo sul versante ritmico. Sperimentano tutti, giocano, improvvisano (entro certi limiti): mai li avevo visti così. Non più la band dedita alla perfezione che ho ascoltato quattro anni fa a Milano. Si prendono il rischio di sbagliare, e prontamente vincono la scommessa.

Il concerto è una summa di canzoni memorabili (Weird Fishes/Arpeggi, Planet Telex, Exit Music (For A Film)), suonate egregiamente e con tantissimo cuore, dall’acustica perfetta e con una scenografia tanto semplice quanto spettacolare. Il risultato va oltre ciò che avrei potuto immaginare. Questo live scalza prepotentemente altri concerti memorabili che ho visto nella mia vita, guadagnandosi il podio.  Al mio risveglio, alcuni flash mi tornano in mente e mi estraniano dal resto, ritardando il ritorno alla realtà: il rullante di Pyramid Song, l’arpeggio di Nude, i bassi sintetici di The Gloaming. Indimenticabili, mi risuoneranno dentro per giorni. A chi non li ha mai visti dal vivo torno a ripetere: andateci. A tutti quelli che in questi giorni, per puro spirito di contraddizione non hanno fatto che parlarne male, se siete stati loro fan in passato, li troverete più in forma che mai, meno perfettini, non più primi della classe e forse per questo molto più simpatici. Per tutti gli altri, per chi non può e a chi non è interessato, un sentito mi dispiace. La storia è a portata di mano, andategli incontro.

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