Emozioni e magia con Raphael Gualazzi a Villa Arconati. La recensione del concerto di Milano

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Raphael Gualazzi torna in concerto a luglio per allietare il pubblico con la sua musica. Ecco la recensione della (bellissima) serata del 16 luglio 2014 a Milano. Foto di Roberto Panucci

Villa Arconati, Bollate (Milano), 16 luglio 2014. È passata circa un’ora di musica sperimentale imbastardita di melodie e ritmi brasiliani – sul palco ci sono Arto Lindsay con la sua band e l’estroso chitarrista Marc Ribot – quando le luci si spengono e sale l’attesa per l’arrivo di Raffaele «Raphael» Gualazzi. La cornice è quella della splendida Villa Arconati, dimora nobiliare di fine ‘700 in stile Reggia di Versailles, che ospiterà eventi e concerti del Music Festival fino al 24 luglio. Solo quando il gigantesco pianoforte a coda è posizionato sul palco e l’orologio segna le 22.45 tutto è pronto per l’inizio dello spettacolo.

Gualazzi compare sul palco con un ensemble di altri quattro musicisti (basso/contrabbasso, chitarra, tromba e batteria) e, quasi a voler proseguire sullo spartito lasciato interrotto da Lindsay, attacca con Mambo Soul, un brano già di suo originale ma che nell’esecuzione dal vivo accresce la propria affinità alle sonorità sudamericane rimaste sospese nell’aria dall’esibizione precedente. Segue A Three Second Breath, dell’album Reality and Fantasy (penultimo al quale è seguito nel 2013 Happy Mistake), rivisitato in chiave reggae e il pubblico è già in estasi. Se il jazz e il blues sono la costante, le variabili nell’esibizione certo non mancano.

Le canzoni si susseguono una dopo l’altra quasi senza interruzione (giusto il tempo perché Gualazzi si asciughi il sudore dalla fronte, incurante degli stormi di zanzare che gli ronzano intorno alla testa) e ad ogni membro del gruppo vengono concessi uno o più momenti di esibizione in solitaria, nei quali dimostrano di essere dei maestri nel proprio strumento. E lo stesso Gualazzi non sta a guardare: negli assoli di pianoforte le mani del cantante volano da un estremo all’altro della tastiera, diventano sfocate anche all’occhio più acuto tanto si muovono veloci e, nei pezzi di accompagnamento, martellano sui tasti bianchi e neri con un ritmo ondeggiante da suonatore di bongo. Sono soprattutto i virtuosismi che differenziano l’esecuzione live dalle tracce registrare e passano così il successo sanremese Follia d’amore, Sarò sarai, un remake di BB King, Lady Oh e molti altri brani dei suoi ultimi due album.

Parlando di virtuosismi non si può non citare la voce stessa di Gualazzi: secondo la migliore tradizione jazz si esibisce in scat, acuti, cambi di ottava e via dicendo. Ma è cantando il brano Reality and Fantasy che sembra trasformarsi in Barry White gorgogliando note profonde e poi profondissime, salvo ritornare al falsetto nel giro di un accordo di piano. Stesso numero in Summertime, suonata come bis verso mezzanotte e mezza dopo due ore di concerto e che però non basta a placare l’ultimo appetito del pubblico: ancora un brano, ancora uno. Gualazzi esce per l’ultima volta, il pubblico abbandona i posti assegnati e si assiepa davanti alle transenne per godersi Welcome To My Hell. Un lungo applauso accompagna l’uscita di scena del cantante e della band e finalmente la folla comincia a defluire. Un interrogativo solo rimane sospeso tra il chiacchiericcio della gente che se ne va: ma con una musica come questa, che mette nelle gambe la voglia di muoversi e tenere il tempo, era proprio necessario predisporre file e file di soli posti a sedere?

Tommaso Canetta

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